MILANO —
LA VOCE di chi è vittima e
insieme figlio di una vittima. Di chi ha
metabolizzato l’odio e il rancore. Alberto
Torregiani ha 44 anni. Vive su una carrozzella
dal febbraio 1979, quando venne raggiunto
dall’unico colpo sparato per difesa dal padre
Pierluigi, ucciso da Cesare Battisti in una
rapina nella sua oreficeria di Milano.
Torregiani, è banale chiederle che cosa
ha provato alla notizia.
«Certe parole non si possono dire in televisione
e forse neppure scrivere sui giornali. Ma io lo
dico: sono incazzato. È assurdo, ho
l’impressione che da parte delle istituzioni si
metta più impegno, più animo, per chi non
merita. Battisti sputa a destra e a sinistra e
tutti i giornali ne parlano. Adesso voglio
capire che cosa significa tutto questo. Se
davvero Battisti gode di una specie di regime di
immunità. Ha fatto un anno e mezzo di carcere,
fra sei mesi magari può essere fuori. Rimarrà in
Brasile, ma anche a me piacerebbe fare il
rifugiato a Copacabana».
Che cosa conclude?
«Che è ora di dire basta a questa farsa. Lo dico
senza odio o rancore, li ho metabolizzati e se
devo scassarmi il fegato voglio che sia per
altre ragioni. Ma dico basta. Spero che il nuovo
ministro della Giustizia cambi certe regole».
Per esempio?
«Il permissivismo delle leggi. In Italia ci sono
tredici leggi che vanno a favore di terroristi
ed ex. Ammesso che si possa parlare di ex: per
me chi non ha rinnegato il suo passato rimane
terrorista. Invece per le vittime della violenza
terroristica ci sono soltanto due o tre leggi.
Ce n’è una, la 206 dell’8 agosto 2004, creata
appositamente per le vittime del terrorismo e
della violenza armata: sancisce non solo il
risarcimento, ma anche certe condizioni di
tutela. Bene. Dopo più di quattro anni non viene
applicata del tutto. E teniamo conto che le
persone interessate sono cinquemila, partendo da
piazza Fontana e transitando per piazza della
Loggia e la strage di Bologna. Cinquemila
persone che aspettano di avere il diritto alla
giustizia. Invece i terroristi vogliono e
ottengono. Ecco il paradosso, l’assurdo».
Quanto le è pesata la solitudine in
tutti questi anni?
«È forte. È inevitabile che uno pensi al passato
e a quello che avrebbe potuto essere e non è.
Pensi che che sei stato un cittadino onesto, hai
pagato le tue tasse, hai creduto nelle leggi ed
ecco quel che hai avuto. Che fare? Chiedere più
soldi allo Stato o proporre una specie di
baratto: io rinuncio ai soldi ma tu, Stato, devi
mettere in galera chi mi ha fatto del male. Io
ho fatto tre anni filati di ospedale, con un
mese e mezzo di libertà giusto per le feste.
Quando sono uscito avevo 18 anni, ero in una
zona dove tutti mi conoscevano, non era facile
viverci. La scappatoia è stata quella di
diventare a mia volta latitante. Lo sono stato
per venticinque anni, a Novara, dove nessuno
sapeva chi ero».
Che cosa ha chiesto allo Stato?
«Mai chiesto un risarcimento di mia
iniziativa, mai alzato la voce. All’epoca di
tangentopoli mi hanno bloccato la pensione di
invalidità per un anno e mezzo per controlli.
Quattro anni fa hanno scoperto che su una
pensione di 360 euro percepivo 20 euro in più.
L’errore era stato loro, ma da due anni e mezzo
mi applicano le trattenute. Grazie alla legge
206 ha avuto 200mila euro e una pensione di
1500. 200mila euro possono sembrare tanti, ma
vanno distribuiti nell’arco di una vita».
Se avesse davanti a sé Battisti, che
cosa gli direbbe?
«In questi anni non è arrivato da lui
un solo segno di pentimento, di ravvedimento.
Non glielo chiederei. Non gli direi nulla.
Vorrei vedere se riuscirebbe a reggere il mio
sguardo per dieci minuti o se invece chiederebbe
di essere riportato in galera. Anche se credo
che in fondo a ognuno di noi, magari in qualche
androne nascosto, ci possa essere un fondo di
onestà. Si tratta di riuscire a tirarlo fuori.
Ma ci si deve pensare di persona».