
PREMESSA
Adriano Sofri
su Il Foglio, nella sua rubrica 'Piccola Posta' dell'11 settembre 2008,
attaccò l'articolo di Mario Calabresi "La
parola alle vittime" apparso su la Repubblica dell'11/09/2008 e
nacque un'aspra polemica sui quotidiani: AIVITER scrisse il testo "Sofri
e gli altri" ripreso da La Stampa il
25/09/2008 nelle pagine
delle opinioni |
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Iniziative attuali
Torino, 18 settembre 2008
SOFRI E GLI ALTRI
L’11 settembre, su Il Foglio, Adriano Sofri è ritornato
con un lungo articolo – quasi un’autoanalisi – sull’assassinio di Luigi
Calabresi, per il quale è stato condannato come mandante. E lo ha fatto,
innanzi tutto, per dichiararsi ancora una volta innocente e poi per
affermare che l’omicidio Calabresi non fu un atto terroristico. La
nostra Associazione conosce bene il meccanismo in gioco: il prof. Angelo
Ventura, già al nostro convegno del 1986 segnalava che: “Gli studiosi
delle forme di violenza politica conoscono bene la tendenza
dell’opinione pubblica a criminalizzare la vittima, per rassicurarsi ed
esorcizzare il pericolo, convincendosi che in fondo la vittima qualche
cosa deve pur aver fatto per meritarsi la violenza. È questo uno dei
principali effetti psicologici che intende ottenere il terrorismo,
secondo un meccanismo già largamente sperimentato dallo squadrismo
fascista...”.
Luigi Calabresi prima di essere assassinato fu linciato mediaticamente
giorno dopo giorno, inizialmente sul quotidiano Lotta Continua («
[Calabresi] dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, ed
è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito (…) Qualcuno potrebbe
esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi, che
più modestamente di questi nemici del popolo vogliamo la morte… »
(Camilla Cederna, Lotta Continua del 6 giugno 1970) e poi da un
famigerato ‘appello’ ( «un torturatore» ... «responsabile della morte di
Giuseppe Pinelli»), che raccolse su L’Espresso ottocento firme di noti,
famosi e illustri intellettuali: articoli e manifesto contenevano
espliciti inviti alla violenza.
A causa di questa denigratoria campagna di stampa, ai tempi una parte
dell’opinione pubblica non condannò l’omicidio del commissario Luigi
Calabresi. Adriano Sofri ancora oggi si ostina a porre le vittime su una
linea valoriale, per cui la vita di Pinelli vale più di quella di
Calabresi, perché questo ultimo avrebbe avuto delle responsabilità che
il primo non aveva.
Non è così. Non lo è, non solo per le risultanze processuali, ma da un
punto di vista morale: le vittime non possono essere giudicate mai in
relazione alla causa dei terroristi. Noi rivendichiamo il valore
assoluto del dolore delle vittime, senza che nulla di esterno possa
servire a relativizzarlo.
Diversi terroristi rossi affermano ancor oggi la loro estraneità al
terrorismo in quanto nella loro azione eversiva non hanno lanciato
bombe, non hanno utilizzato armi bianche né mai hanno attirato in
trappole le pattuglie di forze dell'ordine. Parecchi di loro, poi,
dichiarano come nobili padri i partigiani e la Resistenza tradita. Sofri,
per l’esecuzione del commissario Calabresi, si richiama anche alla
giusta indignazione per la strage di Piazza Fontana ed alla vendetta per
le vittime di quell’attentato e per le mire dei neo fascisti.
Per quanto ci riguarda, terrorista è chi utilizza la violenza a fini
politici, ma anche chi istiga a utilizzare la violenza. Secondo la Corte
di Cassazione “Per terrorismo si deve intendere qualsiasi condotta
diretta contro la vita e l'incolumità di ogni persona al fine di
diffondere, per motivi religiosi, politici o ideologici, il terrore fra
la popolazione o costringere uno Stato o un'organizzazione
internazionale a compiere o a omettere un atto”.
E’ pertanto fuori dubbio che l’omicidio Calabresi abbia avuto matrice
chiaramente terroristica.
L’articolo del leader di Lotta Continua è solo il più eclatante di una
serie di episodi tendenti a riaccreditare politicamente e culturalmente
i terroristi degli Anni Settanta/Ottanta. Siamo alla vigilia di altri
articoli, libri, interviste che verranno a rinforzare queste tesi dei
‘bravi ragazzi’, i Good Fellows che si ritenevano - e si ritengono -
mossi da ideali giusti malamente indirizzati verso atti (forse)
riprovevoli.
Abbiamo questa amara certezza perché tutti costoro, assassini e
mandanti, non erano soli. Non erano dei Sante Caserio, dei romantici
anarchici ottocenteschi con pochi amici. Erano dei criminali con
obiettivi di prospettiva ed erano sospinti, appoggiati e protetti da una
nutrita avanguardia di intellettuali e militanti politici: l’humus che
nutrì l’eversione criminale.
Questi uomini di cultura non sono svaniti nel nulla, molti occupano oggi
posizioni di rilievo, ma pochi hanno ritenuto di rinnegare o
riconsiderare criticamente gli estremismi del passato. È quindi logico
che gli ex terroristi, assassini e complici di mille reati, trovino
assistenza, considerazione e collocazioni di riguardo, anche presso
quelle istituzioni che volevano abbattere.
Le operazioni mediatiche potrebbero riguardare anche il cinema. I libri
di memorie dei terroristi sono pieni di preziose suggestioni per il
cinema: giovinezza, passioni, bombe, complicità ancora misteriose,
vittime, come nei film di Jessie James. I cineasti, peraltro spesso
formatisi nel clima del ‘70, garantiranno in perfetta buona fede la
massima considerazione per le vittime, ma i protagonisti – gli “eroi” –
saranno loro, gli assassini, con in più il glamour di volti di attori
belli e fascinosi. E il messaggio che ne sortirà servirà a mistificare
la realtà degli ‘anni di piombo’ ed a ingentilire la figura del
terrorista nell’immaginario collettivo, in un’esemplare nemesi:
paradossalmente da terrorista a vittima degli eventi, delle ingiustizie,
della società...Così come Sofri, condannato come mandante, si
autoconvince d’essere stato vendicatore di torti.
Riaffermiamo quindi con chiarezza che i terroristi non furono mossi da
“sdegno e commozione per le vittime” (delle stragi), ma dall’odio cieco
e da criminale cinismo; che nella loro sanguinaria vigliaccheria non
c’era ombra di nobiltà, né allora, né tanto meno oggi: codardi e abietti
eversori di ogni sigla, silenti autori delle stragi compresi, quali che
fossero gli intenti che li muovevano, si rivelarono malviventi settari e
ottusi nel perseguire i loro fanatismi, talvolta opportunisti e sempre
spietati nell’eseguire i loro attentati verso cittadini inermi e,
purtroppo, indifesi. Furono proprio le loro vittime, con il loro
sacrificio, la rettitudine e la forza delle idee, a muovere l’opinione
pubblica, risultando determinanti nel contrastare il terrorismo nel suo
folle disegno eversivo ed a decretarne dapprima l'isolamento e poi la
sconfitta. Siamo ancora noi, le vittime e i loro famigliari, a vigilare
per impedire che la storia sia oggi scritta dagli eversori e dagli
esecutori di ieri.
AIVITER - Associazione Italiana Vittime del
Terrorismo
e dell'Eversione Contro l’Ordinamento Costituzionale dello Stato
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