Roberto Tutino, coordinatore e co-autore del volume, su invito del
Consiglio regionale del Piemonte, comitato per l’affermazione dei valori
della resistenza e dei principi della costituzione repubblicana, ha
tenuto la commemorazione ufficiale di Maurizio Puddu, venerdì 9 novembre
2007 a Torino nella sede del Consiglio regionale, che pubblichiamo qui a
fianco.

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Iniziative attuali
COMMEMORAZIONE DI MAURIZIO PUDDU A PALAZZO LASCARIS
(2007)

“Maurizio Puddu nasce a Torino nel dicembre del 1931.
La sua educazione è all’insegna del senso del dovere, del rispetto, del
cattolicesimo e dell’impegno sociale. Ricordava: “Sono cresciuto
all’oratorio. Servivo la messa a don Costantino Marengo, un antifascista
coraggiosissimo di Barriera Milano”.
Il giovane Maurizio, dopo gli studi classici, si iscrive all’università
di Torino.
È anche uno sportivo appassionato. All’inizio degli Anni ’50 corre come
ciclista dilettante nel V. C. Covolo, un artigiano di corso Giulio
Cesare che dirige una forte squadra regionale.
Questa formazione giovanile – da un lato la parrocchia con i primi
impegni sociali e i primi sentori politici, dall’altro il club
ciclistico e la scuola – darà al giovane Maurizio delle capacità
organizzative che costituiranno uno dei segni distintivi di tutta la sua
vita.
La passione sportiva prima, poi il servizio militare come ufficiale
nell’arma della Cavalleria, infine la volontà di sposarsi, lo inducono
ad entrare nel mondo del lavoro ed a lasciare l’università per un
impiego presso il comune di Torino nel settore dei servizi doganali.
Si sposa quindi con Nives e negli anni ’60 nascono due due figli,
Massimo ed Andrea.
Contemporaneamente prende nuova forma la militanza politica nella
Democrazia Cristiana. Era stata un’adesione precoce ( “Subito dopo la
guerra – ricordava - avevo già la tessera del partito, firmata da Alcide
De Gasperi”) Sarà una partecipazione sempre filtrata da un profondo
sentimento cattolico.
Ottiene alcuni incarichi di partito marginali, membro di direttivi
cittadini, provinciali e regionali. Però, come diceva lui,resta “
l’ultima ruota del carro”.
Forse è vero fino al 1970, dopo la sua carriera subisce un’evoluzione e
viene eletto nel consiglio provinciale di Torino, poi Assessore, in
seguito nuovamente e solo consigliere. Resta sempre un politico di
seconda schiera, ma comincia a prendere la parola in aula, a scrivere su
qualche foglio, ad essere brevemente citato sui giornali.
Nel frattempo, dopo il fuoco ideologico del ‘68, la scena politica
torinese si va fortemente caratterizzando su due livelli: uno
istituzionale, che vede protagonisti i partiti cosidetti ‘dell’arco
costituzionale’; l’altro livello, che si interseca con il primo, si
esprime nelle piazze, e qui i protagonisti sono le forze sindacali, i
gruppuscoli di destra e le nascenti fazioni della sinistra
extraparlamentare.
La fortissima conflittualità sindacale nella grande industria e
nell’indotto, con scioperi e manifestazioni, i fermenti ideologici, le
contrapposizioni politiche, portano ad aspri scontri sociali.
Le stragi di piazza Fontana a Milano nel 1969, l’esordio delle Brigate
rosse alla Sit-Siemens di Milano e i loro primi attentati, poi Piazza
della Loggia a Brescia nel 1974 e del Treno Italicus nello stesso anno,
precipitano il paese in quella strategia della tensione che sfocia in un
terrorismo diffuso.
C’è quello stragista della destra e dei servizi deviati, divampa il
terrorismo delle Brigate e degli altri movimenti di matrice rossa. Anche
a Torino l’esordio avviene con azioni dimostrative - colpirne uno per
educarne cento -, poi a metà degli Anni Settanta, si passa ai ferimenti
ed alle uccisioni.
Infatti si tenta di celebrare in città il primo processo ai capi storici
delle Brigate Rosse. Contro questo evento cruciale per l’affermazione
dello Stato si scatenano i terroristi che per anni colpiscono ed
uccidono. Da un lato l’eversione che pretende di rappresentare i
proletari, con l’humus intellettuale che la nutre e con le sue
teorizzazioni politiche; dall’altro la legalità dello Stato e delle
istituzioni democratiche, con uomini umili che si sacrificano e sono
sacrificati in una vera e propria ‘seconda resistenza’, come ebbe a
dirmi Maurizio Puddu.
Lui, nel pieno degli eventi, interviene spesso con discorsi di condanna
delle azioni terroristiche che colpiscono ogni giorno la provincia di
Torino.
“Le mie parole – dichiara - si incentravano sull’obiettivo di isolare,
di mettere un cordone sanitario intorno alla violenza. Giudicavo
importantissimo sottrarre i giovani, giustamente impegnati nelle istanze
di rinnovamento sociale, all’inganno delle scorciatoie fatte di
distruzione e scelte nichilistiche, prodromi di ferimenti e di eccidi.
Eppure mi ero fatto il convincimento che la mia qualifica di consigliere
provinciale non potesse assumere agli occhi dei brigatisti un
particolare interesse. Non ero un potente, all’interno della DC avevo un
ruolo senza particolare risalto. Mai avrei pensato che avrebbero voluto
colpire uno come me”.
È l’estate del 1977, nei torridi giorni di quel luglio, alle soglie
della piena maturità, Maurizio non sa che sta per concludersi la sua
prima vita, la sua breve vita felice, e che sta per nascere ad una
seconda esistenza.
Il 13 luglio al termine di una riunione di consiglio lascia la sede
della Provincia per rientrare a casa.
“Avevo appena parcheggiato la vettura vicino al portone d’ingresso.
Chiudendo la portiera, scorsi due sconosciuti a tre metri da me che
armeggiavano in una borsa. Ritirai la chiave e, quasi
contemporaneamente, vidi che nelle mani dei due erano apparse delle
pistole con i silenziatori. Improvvisamente mi resi conto di quanto
stava per accadere…un attimo dopo sentii una fitta lancinante alla gamba
sinistra. Rimasi paralizzato dal terrore, mentre un dolore fortissimo mi
pervadeva tutto. Pure mi scossi e trascinandomi faticosamente tentai di
fuggire tra le auto parcheggiate, mentre l’altro brigatista - una donna
– sparava alcuni colpi per intimorire i soldati di una vicina caserma e
le persone che si erano affacciate alle finestre. Una seconda pallottola
mi raggiunse all’addome, inciampai e l’acuta sofferenza mi obbligò ad
accasciarmi sul cofano di un’auto…il sangue usciva dall’ arteria
lacerata e le forze mi abbandonarono. Scivolai a terra e vidi chino su
di me uno dei killer che alzava ancora la pistola. Implorai ‘per favore
basta!’, ma ancora mi raggiunsero altri colpi, poi svenni”.
A compiere l’attentato è un commando di tre persone: Nadia Ponti con
Lorenzo Betassa e Dante Di Blasi, operai della Fiat.
In totale i colpi sono 14, di cui sette a segno: tre alla gamba
sinistra, una all’addome all’altezza del rene, tre alla gamba destra.
Trasportato all’ospedale in fin di vita, il ferito si salva perché un
proiettile s’incastra nell’arteria femorale e frena l’emorragia.
L’attentato impressiona il mondo politico perché indica
inequivocabilmente che le Br hanno messo nel mirino la Dc e i partiti
politici.
A fine settembre, Puddu ritorna in Consiglio provinciale. Nel femore ha
ancora una sbarra con diciotto viti che resteranno nella gamba sinistra
per tutta la vita: “i chiodi della mia croce”, come ironizza lui.
Cammina faticosamente con le stampelle, ma nel breve tragitto attraverso
l’aula, il rituale di degradazione ipotizzato dagli attentatori - la
vittima che strascica il passo, nelle intenzioni dei brigatisti una
punizione infamante – quel rituale viene da tutti colto come un segno di
forza d’animo e d’onore. Maurizio Puddu è diventato un simbolo.
Ma ora si accorge che l’emergenza rivela l’altra faccia della medaglia.
“Scopersi – dichiara - che in realtà si faceva poco contro il
terrorismo. A tutti i livelli. Che perdurava una sorta d’indifferenza
che permetteva ai terroristi di continuare ad agire.
Ogni volta che sparavano a qualcuno, mi invitavano a partecipare ad
assemblee e manifestazioni. Il mio messaggio era sempre lo stesso: non
bisogna avere paura. Ma poi capii che quel messaggio interessava poco ai
partiti. Anche alla Dc. Una caduta d’interesse che avvertii in modo
particolare dopo la vicenda Moro.
All’inizio ero circondato dalla considerazione degli amici di partito,
Ma presto mi resi conto che a loro della mia vicenda interessava
soltanto il tornaconto politico-elettorale”.
Per Puddu è il momento del disincanto e dell’amarezza. Lascia la
politica e si ritrova solo alle prese con lo status di invalido, con le
pratiche mediche e legali, con le telefonate anonime che per dieci anni
ancora, fino al 1997, continueranno a prenderlo di mira.
Decide di riprendere gli studi universitari, ma quando si presenta a
Palazzo nuovo viene accolto da gruppi di studenti che lo insultano e gli
lanciano addosso sputi e monetine. Si laurea ugualmente, ma a Trieste, e
intraprende una nuova professione in ambito amministrativo.
Il suo stato personale non gli impedisce però di costituirsi parte
civile nel processo contro le Br che finalmente si tiene a Torino e poi
di entrare in contatto con tanti altri feriti e vittime e famigliari che
dallo Stato non hanno avuto nessuna assistenza.
“Paradossalmente i terroristi - ha modo di rilevare - hanno dallo Stato
tutte le garanzie, sono doverosamente curati, mentre a noi tocca
un’umiliante trafila per le cure mediche e per ottenere qualche
riconoscimento”.
C’è quindi la necessità di tutelare i diritti delle vittime.
Ma c’è anche un altro aspetto di fondo che nel 1985 lo muove a
costituire l’Associazione Italiana vittime del terrorismo e
dell’eversione contro lo Stato.
E cioè la necessità d’impedire che si perda la memoria delle vittime,
che il loro sacrificio, la loro resistenza, semplicemente svanisca.
Egli ritiene che il ricordare debba avere anche una finalità didattica
per contrastare il possibile ritorno di una non ancora spenta stagione
d’intolleranza e d’odio sociale.
Così, con pochi mezzi, Maurizio Puddu umilmente dedica i restanti
ventisette anni della sua esistenza – la sua seconda vita - a
salvaguardare i diritti ed a raccogliere le memorie delle vittime.
Non c’è odio in lui. La religiosità e la fede che gli fanno sopportare i
dolori della condizione fisica, lo muovono paradossalmente ad una
profonda Pietas, a un sentimento laico di fraterna partecipazione agli
sgomenti e alle sofferenze delle vittime e poi a riservati contatti con
alcuni terroristi pentiti.
L’Associazione nasce in un clima di malcelata ostilità, che cresce mano
a mano che mette radici : “Dovevo fare i conti – scrive Maurizio - non
solo con la mia paura e con il dolore fisico, ma anche con una subdola
campagna che tendeva a dipingermi come un matto irrimediabilmente
segnato dal trauma. Era interesse di molti che le vittime restassero
isolate, che non comunicassero tra loro, che non avessero voce”.
Le mille iniziative che intraprende impediscono comunque che pretese
ragioni culturali e politiche prevalgano sullo Stato di diritto. E, con
il passare del tempo cresce il rispetto per le sue posizioni
Anche perché mano a mano che i terroristi condannati all’ergastolo, e
molti a più ergastoli, sono rimessi in libertà, appare chiaro il rischio
che a testimoniare su quei terribili anni siano chiamati soprattutto i
carnefici. Sembra che, paradossalmente, si lasci scrivere la storia
dagli sconfitti, dagli ex terroristi. Con la certezza che venga
mistificata e con il rischio che ci si dimentichi di quasi 600 morti e
5000 feriti. E del calvario dei loro familiari.
È un susseguirsi di viaggi e contatti, di trattative ministeriali lunghe
ed estenuanti, di mobilitazioni anche clamorose, di episodi grotteschi,
come quando è denunciato da Renato Curcio per diffamazione. Nel corso
degli anni la sua azione, unita a quelle di altre associazioni, riesce
ad ottenere non pochi riconoscimenti giuridici e normativi anche se
ancora oggi è in forse la legge 206 e il dispositivo d’applicazione.
L’ultima sua battaglia, quella di abolire il segreto di Stato sui fatti
di terrorismo, è per ora incompiuta. Siamo ancora lontani dal fare luce
sui troppi misteri.
Vorrei chiudere questo ricordo con le parole del presidente Puddu:
“Dopo tutto quello che è successo, le stragi, i morti ammazzati, i
feriti, i politici pensano che si possa mettere tutto a tacere e sanare
quelle ferite, magari con una stretta di mano. Per carità nessuno vuole
vendetta nei confronti di chi sbagliò, pensando che si potesse cambiare
il mondo privando della vita altri esseri umani. Niente rancori. E
nemmeno richieste di gogna. Ma davvero si può pensare che un ferito o
chi ha perso un congiunto possa accettare l’idea che non sia successo
proprio nulla?
Perché è proprio questa l’idea che Stato, politica e organi
d’informazione vorrebbero imporre.
Vedete, il comportamento dello Stato nei confronti delle vittime è
davvero sconcertante. Da un lato ha svolto un’azione più di tipo
assistenziale che risarcitoria e solidaristica. Si è mosso quasi per
obbligo. Ha approvato delle leggi e poi le ha applicate in modo
parziale. E soprattutto senza riconoscere che abbiamo pagato per
gravissime incapacità politiche, per inefficienza degli apparati di
intelligence, per carenze degli organi inquirenti e giudiziari.
Ecco che cosa manca per chiudere davvero e una volta per tutte la
stagione degli anni di piombo: una verità completa. O almeno più
credibile di quella che vorrebbero imporci. Questo per noi è un punto
irrinunciabile.
E, allora, vogliamo che sia abolito il segreto di Stato su molte di
quelle vicende, che si chiariscano le responsabilità politiche e
istituzionali”.
Sul libro che riportava queste frasi ho scoperto una dedica quasi
nascosta: all’amico Roberto Tutino perché si ricordi di Maurizio Puddu.
Ci sembrerebbe giusto se anche questa città e questa regione
durevolmente si ricordassero delle vittime, di lui e della sua opera.
Roberto Tutino
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