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"NO AL TERRORISMO"
Firma la petizione lanciata a Parigi il 23 novembre 2008
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Internazionale contro il terrorismo
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Iniziative attuali
Parigi 23 novembre 2008
Nel quadro del 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei
Diritti Umani, si è svolta la
Conferenza Internazionale
dal titolo
"Il Terrorismo e i Diritti Umani Universali"
Testo del intervento di AIVITER
Porto i saluti e il ringraziamento da parte dell’Associazione Italiana
Vittime del Terrorismo e del suo presidente, Dante Notaristefano, al
“Mouvement pour la paix et contre le terrorisme” per l’invito a questa
conferenza e a Huguette Magnis Chomsky per tutto il grande lavoro che
sta svolgendo per tessere e fornire slancio ad una rete internazionale
di associazioni sotto il comune denominatore della lotta al terrorismo.
Devo subito premettere che, pur parlando in questa sessione dedicata
alle voce delle vittime, io non sono né vittima né parente di vittima
del terrorismo, ma dal 2002 opero per l’associazione che qui rappresento
nel settore della comunicazione, della didattica e delle relazioni
internazionali. Quanto sottoporrò alla vostra attenzione è quindi una
mia personale valutazione, maturata però a stretto contatto con le
vittime e i loro problemi, e con la dirigenza dell’Associazione.
Tengo a specificarlo non solo per ordinaria precisione, ma perché la
voce della vittime del terrorismo pretende un diritto alla parola che è
di una natura più profonda di quello che usualmente appartiene ad ogni
cittadino di un paese libero. Una profondità che proviene da un fatto di
semplice evidenza: le vittime decedute non hanno voce, mentre quella dei
superstiti feriti e dei familiari è incrinata a causa delle offese che
con difficoltà si superano, come avviene purtroppo anche per le lesioni
dei loro corpi e delle loro anime.
E’ proprio partendo da questa considerazione che prende avvio l’interrogativo
che vorrei qui sottoporre a riflessione comune. Come è possibile
riequilibrare la memoria dei fatti degli ex-terroristi, vivi e liberi di
scrivere, con quella delle loro vittime, se queste sono morte o se la
loro voce è resa labile o muta dall’offesa?
E’ vero che questo interrogativo probabilmente interessa essenzialmente
i paesi, come la Spagna e l’Irlanda, oltre l’Italia, che hanno
conosciuto un certo tipo di terrorismo: quello che poteva contare su una
più o meno ampia simpatia ideologica di parte della pubblica opinione e
dell’intellighenzia, ma l’ampliarsi delle comunità arabe in Europa
potrebbe rendere il problema attuale anche nel contesto del terrorismo
di matrice islamica.
Per meglio esplicare il problema della memoria riporto la riflessione di
un filologo dell’Università di Torino che ha curato una recente
pubblicazione sulle lettere dalla prigione dei terroristi di Aldo Moro,
il presidente della Democrazia Cristiana e più volte Primo Ministro
rapito e poi ucciso dalla Brigate Rosse nel 1978.
Miguel Gotor, in Lettere dalla prigionia, scrive: «La memorialistica (degli
ex terroristi) gode inoltre dello sgradevole privilegio che il
“testimone integrale”, Aldo Moro, non può più dire la sua, poiché non è
sopravvissuto al baratro in cui è stato gettato e ha così perduto per
sempre il diritto alla parola. Perciò i suoi carcerieri di ieri possono
continuare a tenerlo prigioniero oggi attraverso un uso strumentale
della memoria. Un uso necessariamente funzionale ai bisogni attuali (giudiziari,
politici, morali, psicologici, religiosi) di uomini liberi o in cerca di
libertà, ma non alla ricostruzione storica di quanto avvenne, di un
passato sul quale continuano a esercitare una monopolistica e
paradossale dittatura della testimonianza».
Questa dittatura della testimonianza ha una conseguenza devastante per i
sopravvissuti e i parenti, perché oggi sono loro e non gli ex terroristi
in uno stato di prigionia. Prigionieri cui tocca la pena di ascoltare
una periodica mistificazione dei fatti ad ogni articolo di stampa o
libro pubblicato dai terroristi di ieri o dai loro ideologi.
Scriveva il fondatore e presidente della nostra associazione, Maurizio
Puddu, gambizzato dalle Brigate Rosse sotto casa sua a Torino nel 1977:
«… è terribilmente sgradevole ascoltare oggi nuove interpretazioni che
nella realtà tendono a cambiare i fatti e il loro incontrovertibile
significato».
Alle vittime del terrorismo e ai loro familiari non è quindi data la
possibilità di guardare avanti: alle loro spalle troppe ombre velano una
verità gravata dalla dittatura della testimonianza.
Quella stagione, comunemente definita anni di piombo, è così
impossibilitata a consegnarsi alla storia «in quanto troppe verità
mancano, troppe responsabilità non sono state accertate, molti attendono
ancora giustizia e il dibattito resta inquinato dalle convenienze e
dalle autodifese, anche quelle generazionali» scrive Mario Calabresi,
figlio del commissario Luigi, ucciso a Milano nel 1972.
Questa dittatura della testimonianza è stata poi amplificata dalla
logica dei mass media. Sempre Mario Calabresi, nel suo libro Spingendo
la notte più in là, osserva che «La disparità di trattamento tra chi
uccise e chi venne ucciso è irreparabile, continua negli anni aggravata
dal fatto che chi allora uccise scrive memorie, viene intervistato dalle
tivù, partecipa a qualche film, occupa posti di responsabilità, mentre
alla vedova di un appuntato nessuno va a chiedere come vive da allora
senza marito, se ci sono figli che hanno avuto un’infanzia da orfani, se
il tempo trascorso ha chiuso le ferite, il rimpianto, il dolore».
Per comprendere questa dittatura della testimonianza occorre guardare
alla genesi del terrorismo nel nostro paese e comprendere l’origine di
quella ampia simpatia ideologica di parte della pubblica opinione e
dell’intellighenzia verso l’eversione contro l’ordinamento
costituzionale dello Stato di cui ho accennato all’inizio.
Scrive il magistrato Marcello Maddalena, nel suo intervento agli atti
del convegno Lotta al terrorismo: «Non ci si deve dimenticare della
cultura di quel periodo, degli insegnanti e degli ‘insegnamenti’ di quel
periodo. Ricorderò ancora quanto, proprio in quegli ani bui, ebbe a dire
al riguardo in un convegno di “operatori” italiani e tedeschi del
diritto, un sociologo tedesco, Kielmansegg. (…) In quel convegno si
parlava della RAF in Germania e delle B.R. in Italia ed una delle
constatazioni emergenti da quel dibattito fu che il fenomeno del
terrorismo rosso era assai più isolato in Germania che non in Italia,
nel senso che in Italia si era creata, attorno al terrorismo rosso, una
atmosfera culturale sostanzialmente favorevole o comunque “propiziatrice”:
(...) una “moda” o una “corrente” culturale molto diffusa, soprattutto
in ambienti intelletual-borghesi, tale da farvi allignare e prosperare
il verbo dei terroristi.
Il nucleo di tutto questo andava ricercato – secondo Kielmansegg – in
una concezione non solo non combattuta ma anzi sostanzialmente condivisa,
secondo cui ogni bisogno individuale deve o dovrebbe venir soddisfatto;
ed ogni bisogno “ingiustamente” insoddisfatto legittimerebbe una
reazione anche al di là dei limiti della legge; una reazione violenta,
quindi; quando proprio il primo insegnamento di una sana democrazia
dovrebbe essere quello per cui la “democrazia” stessa si fonda su di una
regola di convivenza civile a bisogni individuali insoddisfatti».
E’ quindi la cultura egemone di quel periodo a cavallo degli anni ’60 e
’70 del secolo scorso che ha permesso nel nostro paese lo sviluppo del
fenomeno terroristico in una dimensione incomparabile, ad esempio, con
quanto avvenuto in Francia o in Germania. Parliamo infatti di oltre 200
morti e migliaia di ferimenti, rapimenti ed aggressioni senza contare il
versante delle stragi fasciste e quello del terrorismo internazionale
arabo.
E’ quella cultura che ha permesso ai gruppi terroristici di avere una
vasta rete di simpatizzanti, oltre che di nuclei operanti: i loro
fiancheggiatori sono stimati in 20.000 unità a fronte di 7.000 persone
inquisite di cui 4.000 condannate con pene definitive per fatti di
eversione ‘rossa’.
Ed è sempre quella cultura che, agevolando le opportunità di espressione
della dittatura della testimonianza da parte degli ex terroristi, ha
imposto al popolo italiano, che espresse viva e chiara la propria
solidarietà verso le vittime di molti dei tragici frangenti offerti
dagli eventi nazionali ed internazionali del secolo scorso, un
atteggiamento di vile imbarazzo, se non di ambiguo mutismo quando si è
trovato di fronte alle vittime del terrorismo interno di quei terribili
anni.
Certamente, trovandomi qui a Parigi, non posso non chiedermi se dei
cascami di quella cultura non siano qui precipitati a sorreggere tanta
caritatevole pietà e comprensione verso i nostri terroristi latitanti. E
quindi rivolgo a voi un interrogativo, parafrasando e sintetizzando l’articolo
di un nostro letterato, Guido Ceronetti: come è possibile che un paese
civile e laico, come la Francia, abbia e continui a offrire protezione a
terroristi italiani, anche condannati con tre gradi di giudizio per
reati di sangue, così ponendosi, nell'Europa d'oggi, come una enorme
cattedrale pietosa che accoglie assassini e fornisce loro impunità,
opportunità e patenti d'intellettuali?
Mi avvio a concludere osservando che la disamina di quella cultura fatta
dal sociologo tedesco e riportata dal magistrato Maddalena, quella per
cui “ogni bisogno ingiustamente insoddisfatto legittimerebbe una
reazione anche al di là dei limiti della legge” ci riporta ad un tema
che, in forma non giuridica, suona “ogni ribellione è priva di limiti e
quindi è anche legittimata ad uccidere”, cioè l’esatto opposto della
riflessione di Albert Camus, autore che so essere caro al vostro
Movimento e le cui parole compaiono in ogni documento dell’Alleanza
Internazionale Contro il Terrorismo.
Così oggi penso che occorra ribadire che la prima battaglia culturale
contro il terrorismo passa per il concetto che ogni ribellione non può
prescindere dal senso della misura, dal limite invalicabile costituito
dalla vita degli altri, perché è la dismisura a giustificare il terrore:
«Il bene assoluto e il male assoluto, se vi si mette quanto occorre di
logica, esigono lo stesso furore».
Non certamente l’ONU e la sua Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
di cui oggi festeggiamo il 60° anniversario, ma sicuramente quella parte
di cultura politica che ancora oggi idealizza, rendendoli assoluti, i
diritti umani e civili, non ha compreso che uccidere per un'ideologia è
moralmente assi più riprovevole che farlo per futili motivi. Non si
rende conto che la ‘buona’ causa del terrorista o il suo diritto ad
avere un ‘equo’ processo e trattamento penale, sono elementi il cui
valore etico è ad di sotto di quello costituito dall’avere ucciso
qualcuno, in nome di una realtà o un diritto che, idealizzato e reso
assoluto, si pone in vero fuori da questa o da quello.
Alla dimensione tragica di chi muore ucciso da un pirata della strada o
da un marito geloso, possiamo dire, parafrasando Hannah Arendt, che il
terrorista - come lo Stato totalitario - con l'ideologia o la religione
di turno, trasforma la vittima in un banale ingranaggio della macchina
costituita dalla sua realtà artefatta, privandola non solo della vita,
ma agli occhi di chi crede a quella realtà artefatta, anche della
dimensione tragica che alla sua morte spetta.
Il corollario necessario è quindi che non esiste distinzione tra vittime
innocenti e vittime colpevoli. Qualunque sia la presunta colpevolezza,
la vittima in questione viene privata in ogni caso della possibilità di
parlare e di difendersi: si trova nel dominio della dittatura della
testimonianza.
Credo allora che sia un compito precipuo della nostra Alleanza
Internazionale rivendicare il valore assoluto del dolore delle vittime,
senza che nulla di esterno possa servire a relativizzarlo. Per
utilizzare l’esortazione pronunciata da Vicenç Villatoro in occasione
della 1° Giornata Europea delle Vittime del Terrorismo: «Che le vittime
dei terrorismi da noi ritenuti ideologicamente più vicini o
comprensibili non possano sembrarci meno vittime di coloro che sono
morti o sono stati colpiti da terrorismi votati a cause che ci appaiono
più lontane od odiose. L’ideologia dei terroristi non è una variabile
per giudicare né la moralità del terrorismo – sempre nulla - né il
dolore delle vittime».
Luca Guglielminetti, responsabile delle relazioni internazionali

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