Testo tratto da :

Carlo Marletti, Francesco Bullo, Luciano Borghesan, Pier Paolo Benedetto, Roberto Tutino, Alberto de Sanctis.
Postfazione di Lucia Annunziata
Anni di piombo - Il Piemonte e Torino alla prova del terrorismo, Rubettino, 2007

Il Comune di Torino, con i familiari e la nostra Associazione lo
ricorderanno al cimitero di Sassi (To), mercoledì 3 ottobre 2007, alle
ore 10,30
-> Leggi
l'articolo da La Stampa del 30/'9/2007
L’universitario Crescenzio bruciato dalle molotov lanciate da un
corteo
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Iniziative attuali
1997/2007: trent'anni fa

ROBERTO CRESCENZIO, BRUCIATO DALLE MOLOTOV
Il 30 settembre 1977 si tiene a Roma una
manifestazione organizzata da Lotta Continua, un gruppo
extraparlamentare di sinistra, forza egemone del ‘movimento’ che ha
largo seguito tra gli studenti, fino a contendere alle organizzazioni
giovanili dei partiti, soprattutto alla Fgci del Pci, la leadership
politica negli atenei.
Nella capitale Lc è contrastata da frange di destra. L’odio tra i due
schieramenti è inestinguibile e non c’è manifestazione che non dia luogo
a scontri e incidenti. Anche il corteo di fine settembre sfocia in
violenze. La polizia interviene. Alcuni neofascisti, coprendosi dietro
un blindato delle forze dell’ordine, sparano verso gli avversari. Walter
Rossi, militante di Lc, è colpito a morte.
In tutta Italia esplode la protesta. Il 1° ottobre Lotta Continua indice
a Torino una manifestazione, chiamando a raccolta tutte le forze
politiche della sinistra antifascista. L’appuntamento è per le 9.30 in
piazza Solferino. Dapprima piuttosto scarsi, poi sempre più numerosi, i
giovani convergono alla spicciolata in tre cortei provenienti da via
Cernaia, via Nizza e via Po: universitari, specie del Politecnico, molti
giovanissimi con i libri sottobraccio, liceali degli istituti Gioberti,
D’Azeglio, Volta e Galileo Ferraris.
Sono assenti i sindacati e i partiti dell’ ‘arco costituzionale’. Non
mancano, invece, nuclei armati della cosiddetta “autonomia operaia”.
Circa un’ora più tardi, preceduta da un grande striscione di Lotta
Continua, si muove la testa del corteo verso piazza Statuto, lungo via
Cernaia, corso Siccardi, via Garibaldi. A controllare i tremila
manifestanti solo una ventina di agenti e funzionari di ps, dislocati in
coda.
Fin dalla partenza, e poi lungo tutto il percorso, è evidente
l’obiettivo. Uno dei cori, particolarmente significativo, è intonato sul
ritmo di ‘Jesus Christ Superstar’ e dice “Brucerà, brucerà, porca… se
brucerà” riferendosi alla sede missina di corso Francia 19.
La scena diventa drammatica quando le prime file di manifestanti
(scortate solo da due vigili urbani motociclisti) si lasciano alle
spalle piazza Statuto e imboccano corso Francia. Cessano gli slogans, i
canti, le grida: un silenzio carico di tensione cala sul corteo, che
avanza nel corso semideserto. Le automobili scompaiono inghiottite dalla
vie laterali mentre i negozianti, presi alla sprovvista, chiudono porte
e abbassano saracinesche.
Sui volti di decine di giovani delle prime file calano i passamontagna,
altri si mascherano con fazzoletti annodati alla nuca, dai tascapane
escono bottiglie incendiarie e cubetti di porfido.
I contingenti di polizia e carabinieri, piuttosto scarsi, sono rimasti
fino a questo momento nelle vie attigue. Quando la testa del corteo è
quasi all’angolo di via Principi d’Acaja, un centinaio di carabinieri e
agenti della V Celere con giubbotti antiproiettile, fucili e candelotti
lacrimogeni innestati, esce a sbarrare corso Francia. L’assalto scatta
in quell’istante e coinvolge due tram della linee 3 e 6 fermi al
semaforo.
Decine di giovani si scagliano, divisi in gruppetti, verso la sede
missina lanciando molotov, pietre, bulloni, ma vengono respinti con una
scarica nutrita di lacrimogeni. Una delle bottiglie incendiarie colpisce
un albero, oltre il tetto di un tram, per qualche attimo si teme che
l’incendio avvolga la vettura e i passeggeri, poi il fuoco si spegne.
Lo stesso avviene per una 500 ed una Lancia Beta raggiunte da una
bottiglia incendiaria, mentre un’altra vettura brucia quasi interamente
in via Schina perché l’autopompa dei vigili del fuoco è bloccata in
piazza Statuto. Il fumo acre dei lacrimogeni prende alla gola, in molte
strade del quartiere la gente cerca rifugio nei portoni con gli occhi
lacrimanti, impaurita. Ad ogni nuovo tentativo di assalto degli
estremisti le forze dell’ordine rispondono con crepitanti bordate di
candelotti. Hanno terminato le scorte, quando gli ultimi gruppetti di
dimostranti ripiegano definitivamente verso piazza Statuto.
Costretti a ritirarsi, i dimostranti formano nuovamente un corteo
ridotto a mille unità e puntano verso il centro. Con azioni da commando,
a piccoli nuclei, mandano in frantumi i vetri di una farmacia, scagliano
molotov in via Mercantini 6 contro il portone chiuso della sede Cisnal e
del consolato austriaco, poi espropriano giacche e pantaloni in un
negozio di via Pietro Micca.
Alle 11.45, l’episodio più grave. Dal corteo, che sta svoltando in via
Sant’Ottavio per raggiungere l’Università, si stacca un gruppuscolo di
dieci-dodici manifestanti mascherati e carichi di molotov. L’obiettivo è
il bar-discoteca Angelo Azzurro, via Po 46, già incendiato il 22 aprile
perché definito “covo di fascisti” o “locale borghese”. All’esterno del
bar sosta in quel momento il proprietario Luigi De Maria, all’interno vi
sono solo quattro persone: la moglie del titolare, Maria Benedetta
Evangelista, il barista, Bruno Cattin e due amici che prendono
l’aperitivo, Roberto Crescenzio, studente-lavoratore, e Diego Mainardo,
operaio Fiat e studente di ingegneria.
La moglie del titolare e il barista riescono a fuggire dal retro, Diego
Mainardo viene malmenato e gettato fuori, poi gli estremisti lanciano un
grappolo di bottiglie incendiarie nel locale e esplode il dramma.
Roberto Crescenzio, terrorizzato, cerca scampo nella toilette e segna
così il proprio destino. In un baleno le fiamme divorano la moquette,
quando il giovane tenta a sua volta di uscire si trova davanti a un muro
di fuoco.
Quasi soffocato e accecato dal fumo acre, inciampa, rotola sulla
moquette fusa e si trasforma in torcia umana. Si rialza e raggiunge i
portici di via Po. I passanti lo vedono uscire barcollante, gettarsi a
terra per spegnere le fiamme che lo avvolgono. Lo aiutano a soffocare il
fuoco con una coperta. Gli tagliano le scarpe, lo liberano dei vestiti
incollati sul corpo annerito dalle piaghe. Lo adagiano su una sedia in
mezzo alla strada, lo coprono alla meglio in attesa dell’ambulanza.
Roberto urla dal dolore, un grido sempre più debole che si trasforma in
rantolo.
La foto che lo ritrae quasi in agonia, seduto con la pelle a brandelli,
emoziona la gente e orienterà l’opinione pubblica più di tutti i
comunicati e gli sforzi delle istituzioni pubbliche e dei partiti.
Anche perché Crescenzio è figlio di gente umile, immigrata dal veneto.
Il padre, Giovanni, è un decoratore, Roberto, perito industriale e
iscritto al terzo anno di Chimica e tecnologia farmaceutica, lo aiuta
nell’attività per pagarsi gli studi.
Crescenzio viene portato al Centro grandi ustionati del Cto dove la
diagnosi è senza speranza, con il 90 per cento del corpo bruciato il
giovane non potrà sopravvivere.
In via Po, intanto, il panico aumenta. Alcuni dimostranti tentano di
impedire ai vigili del fuoco di avvicinarsi al locale in fiamme; auto
vengono colpite da sassate, l’intero edificio in cui si trova il locale
è invaso dal fumo; un bimbo di tre anni, figlio di un giudice, con la
nonna e la baby-sitter, prigionieri sul pianerottolo del quarto piano
rischiano la morte per asfissia, vengono trovati svenuti e sono tratti
in salvo dai vigili del fuoco.
Le sofferenze di Roberto Crescenzio durano poco più di due giorni poi,
il 3 ottobre, sopraggiunge la morte per collasso cardio-circolatorio.
Fino all’ultimo lo assiste il padre Giovanni straziato dal dolore. “Ha
visto nostro figlio con le carni martoriate – racconta la madre Elvira –
e da allora non ha più saputo trovare pace. Da questi strazi non ci si
può riprendere, alla fine hanno portato mio marito alla morte”.
Lo vegliano anche gli amici dell’università, che saranno tutti presenti
ai funerali nella chiesa di San Giulio in Orta. Sono gli unici che, in
quelle ore, hanno il coraggio della verità: “Siamo vicini a parenti ed
amici della vittima innocente di un assurdo odio di classe portato
all’esasperazione da gruppi dell’Ultrasinistra…” .
Lo sdegno di tutti è grandissimo. I sindacati annunciano la sospensione
dal lavoro per un quarto d’ora. Gli studenti della Fgci raccolgono firme
davanti ai resti del locale di via Po: “ Firma anche tu contro ogni
forma di violenza – recita il manifesto vergato a mano – contro la
violenza dei fascisti e per sconfiggere il partito armato della
cosiddetta Autonomia Operaia…”.
La Regione aiuta i proprietari del Bar ‘Angelo azzurro’, che hanno perso
tutto, con un primo stanziamento di 5 milioni; il sindaco porta la
solidarietà della città, il Comune fa svolgere i funerali a spese della
municipalità. Alla cerimonia pubblica intervengono delegazioni e
gonfaloni.
Per alcuni Roberto Crescenzio non è propriamente un ‘caduto del
terrorismo’, piuttosto una ‘vittima del caso’ . L’odio e l’insensatezza
che lo uccisero sono però gli stessi. E la Città giustamente così lo
ricorda ancora oggi nelle cerimonie ufficiali.
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