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Iniziative attuali
INTERVISTA A MAURIZIO PUDDU
«Ho ancora i proiettili nelle gambe. Non do la
mano ai brigatisti rossi»
di Stefano Lorenzetto
Il democristiano torinese abitante in corso Unione Sovietica cadde,
quasi per una nemesi storica, sotto i colpi della Nagant calibro 7,62
che era in
dotazione all’esercito dello zar, fabbricata in Urss e in Cecoslovacchia
fino alla seconda guerra mondiale. Di sicuro i brigatisti rossi non
l’avevano
ereditata dalla scorta di Nicola II. Era il 13 luglio 1977. Con quella
pistola, ad aprile gli stessi terroristi avevano ammazzato Fulvio Croce,
presidente
dell’Ordine degli avvocati. Con la medesima arma, a novembre avrebbero
assassinato Carlo Casalegno, vicedirettore della Stampa. Contro Maurizio
Puddu,
consigliere provinciale, esplosero 16 colpi. Sette andarono a segno. Uno
è ancora nella gamba destra e ci rimarrà per sempre, appena sopra il
ginocchio,
accanto a una lamina metallica fissata da 18 viti che tiene insieme i
resti del femore.
Sono passati 30 anni, ma Puddu, che un mese fa ne ha compiuti 75, non
dimentica. Non può dimenticare, neppure se lo volesse: ogni mattina, per
entrare nella
sede dell’Associazione italiana vittime del terrorismo di cui è
fondatore e presidente, deve salire uno scalino di 27 centimetri, quasi
il doppio dei gradini
normali. «Da allora mi manca l’appoggio, credo d’aver superato
l’ostacolo e invece il piede è ancora a metà. Sapesse quante volte sono
ruzzolato per terra,
spaccandomi la faccia».
Quel giorno, mentre boccheggiava sull’asfalto con l’arteria femorale
recisa, la portinaia dello stabile tentò d’avvicinarsi per tamponargli
le ferite. Un
brigatista la dissuase sparandole due colpi fra i piedi. «All’ospedale
il medico di guardia sentenziò: “Pressione a 50, è spacciato”. Invece
una delle
pallottole s’era infilata dentro l’arteria e fungeva da tappo. Un
miracolo. Piero Coggiola, dirigente della Lancia di Chivasso, per una
ferita analoga morì
dissanguato».
La moglie di Puddu, Nives, il giorno dell’attentato si trovava a Roma
col figlio Massimo. Nel 1977 le notizie non arrivavano sui treni in
viaggio. Quando
giunse alla stazione di Porta Nuova e vide che ad attenderla al binario
c’era l’altro figlio, Andrea, insieme con i cronisti Francesco Bullo
della Stampa e
Giuseppe Sangiorgio della Gazzetta del Popolo, attorniati da un nugolo
di fotoreporter, urlò: «Me l’hanno ammazzato!». Nel tragitto verso
l’ospedale
Mauriziano tentarono invano di tranquillizzarla. Solo quando le fecero
infilare il corridoio che portava alla rianimazione, anziché
all’obitorio, si convinse
che c’era ancora speranza. Il terribile spavento le fece cessare per
sempre il ciclo mestruale. Il conseguente disequilibrio ormonale le
provocò una
gravissima osteoporosi. Nell’anca destra dovettero impiantarle due
protesi, un’altra nell’anca sinistra, due nelle dita. A salvargli le
mani fu il professor
Renzo Mantero, primario a Savona. «Rifiutò l’onorario: “Lei ha già dato”»,
si commuove Puddu.
A decidere di gambizzare «questo individuo della cricca dc», come
annunciava il comunicato di rivendicazione, fu lo stato maggiore
composto dai brigatisti
che un mese prima avevano azzoppato Indro Montanelli (Lauro Azzolini e
Franco Bonisoli) e che l’anno dopo avrebbero rapito e ucciso Aldo Moro
(Mario Moretti,
Prospero Gallinari, Valerio Morucci). Il sinedrio comprendeva Patrizio
Peci, che sarebbe diventato il primo pentito nella storia del partito
armato, e la sua
compagna Nadia Ponti, in seguito accusata dallo stesso Peci di sei
omicidi nella sola Torino (oltre a Croce e a Casalegno, i poliziotti
Rosario Berardi,
Salvatore Lanza, Salvatore Porceddu e la guardia carceraria Lorenzo
Cotugno). «La Ponti faceva parte del commando di tre persone che mi ferì.
Le hanno
inflitto cinque ergastoli, ma da parecchio tempo è a casa sua, agli
arresti domiciliari. In carcere ha sposato un brigatista. Gli altri due
sicari erano
Lorenzo Betassa e Dante Di Blasi, operai della Fiat. Furono tutti
condannati a quattro anni. Betassa non li ha mai scontati, perché nel
1980 fu ucciso
durante l’irruzione dei carabinieri nel covo di via Fracchia a Genova.
Una sorella della Ponti, dirigente al Comune di Torino, dove lavoravo
anch’io, venne a
scusarsi. Avresti fatto meglio a non dirmi di questa parentela, le
risposi».
La Provincia che servì fino all’effusione del sangue ha messo a
disposizione di Puddu una polverosa stanzetta di 20 metri quadrati,
ingombra di carte, dove
il presidente dell’Associazione vittime del terrorismo aggiorna la
contabilità del dolore e continua a inseguire i colpevoli con la
perseveranza di un Simon
Wiesenthal. Il martirologio degli anni di piombo comprende 142 morti e
59 gambizzati. Nell’elenco non figurano i lutti più recenti: Massimo
D’Antona, Marco
Biagi, Emanuele Petri. Includendo le stragi dal 1969 al 1989, si arriva
a 5.000 attentati, con 455 caduti e 4.529 feriti.
In questo bugigattolo è giunta a Puddu la notizia che l’azzoppacristiani
Di Blasi, nome di battaglia Leo, sardo come lui, a 56 anni fa il
campanaro vicino a
Orgosolo e vorrebbe tanto «stringergli la mano e guardarlo in faccia per
la prima volta».
Le sparò senza guardarla?
«Per lui non ero nemmeno una persona, come ha dichiarato all’Unione
Sarda: “Puddu non mi rappresentava nulla al di fuori del bersaglio da
colpire. Mi
avessero detto di ammazzarlo, l’avrei ammazzato, ma avevo l’ordine di
gambizzarlo. Dovevamo servirlo in mattinata. Poi, per ragioni che ora mi
sfuggono, fu
rinviato al pomeriggio”. Servirlo, ha capito?».
Il lessico non è cambiato.
«Mi ha telefonato un giornalista del quotidiano di Cagliari. Voleva
organizzare la stretta di mano. “Cosa si prova mentre si spara a un uomo?”,
ha chiesto il
cronista a questo Di Blasi. E lui: “Niente, io non provavo assolutamente
niente. Nessuna emozione e neanche pietà. Non lo conoscevo ma mi avevano
detto che
era un amico da abbattere: per me bastava questo. Avrei sparato contro
chiunque: era l’organizzazione a decidere i bersagli. Io ero un
esecutore”. Ma si
può?».
Non gli stringerà la mano.
«No. Mai. La misericordia è di Dio, la giustizia è dello Stato, il
perdono è degli uomini».
E lei non l’ha perdonato.
«Non voglio parlarne. Il perdono è un fatto intimo che non va esternato.
Io sono tenuto a un solo obbligo: il rispetto dei morti. Ogni tanto i
magistrati mi
chiamano per chiedermi un parere sulle scarcerazioni dei detenuti. Non
capisco perché. Tanto, nonostante la mia opposizione, li liberano lo
stesso».
Perché i brigatisti scelsero proprio lei?
«Non l’ho mai capito. Mi diedero del servo delle multinazionali. Proprio
a me, che non ho mai bevuto una Coca-Cola. Dissero che cercavo il
dialogo fra Dc e
Pci, mi definirono “berlingueriano”. Io manco m’ero accorto che il mio
partito dialogava con i comunisti, pensi un po’ che ingenuo. Lo venni a
sapere dal
loro volantino. Mia moglie, al telefono da Roma, m’aveva messo in
guardia: “Hanno ferito Antonio Sibilla, segretario ligure della Dc. Sta’
attento, qui
sparano a tutti”. E io che c’entro?, obiettai».
Come andò?
«Tornavo a casa alle 14.30. Appena parcheggiata la mia 124, vedo questi
tre. Li credevo piazzisti. Uno s’avvicina, era Betassa, estrae qualcosa
dalla borsa.
Non capisco che è una pistola e non sento alcun rumore: aveva messo il
silenziatore. Avverto una fitta lancinante al ginocchio. Tento di
ripararmi fra due
auto. La gamba cede e sbatto con la faccia contro la carrozzeria
incandescente di una Volkswagen parcheggiata al sole. La pelle cuoceva
sulla lamiera. Mi
spara un secondo colpo, che viene deviato dal portafoglio nella tasca
posteriore dei pantaloni. Sopraggiunge un complice, era Di Blasi, e mi
colpisce più
volte con la sua Nagant. “Per favore, basta”, lo imploro, ma il tamburo
del revolver continua a girare. Scappano. Un dentista, chiamato dalla
portinaia,
tenta di fermare l’emorragia con un laccio e una borsa ghiacciata. Per
fortuna l’ospedale era a soli 300 metri. Ma i chirurghi non disponevano
di un bypass
per l’aorta femorale. Lo portò da Milano, correndo come un disperato, un
carabiniere motociclista, che scoppiò a piangere quando gli annunciarono
che non
serviva più».
Credeva che lei fosse morto.
«Sì. Invece il professor Aschieri nel frattempo era riuscito a creare un
bypass prelevandomi dall’altra gamba cinque centimetri di vena safena e
innestandomela sull’arteria femorale troncata dal proiettile».
Oltre a essere claudicante, ha altri disturbi?
«L’osso sacro s’è deformato. L’impossibilità di fare esercizio fisico mi
ha provocato obesità, duodenite e alterazione della frequenza cardiaca».
Ripercussioni psicologiche?
«La sensazione d’essere sempre pedinato da qualcuno. Lo scoppio di un
petardo mi fa salire il cuore in gola. Per me la notte di San Silvestro,
con tutti quei
mortaretti, è un anticipo d’inferno».
Lo Stato le versa una pensione?
«No. Dopo 13 anni mi ha riconosciuto un’invalidità del 55% e un
risarcimento di 80 milioni di lire. Ho dovuto sottopormi a 40
radiografie. All’ultimo di
cinque ricoveri, presso l’ospedale militare del Celio a Roma, la
commissione medica era presieduta da un ammiraglio della Marina che s’è
indignato: “Non
bastavano i proiettili nelle gambe? Anche radioattivo a furia di
schermografie, dovevate farlo diventare”».
L’invalidità non le dà diritto a un assegno mensile?
«Il vitalizio di 1.500 euro, non reversibile, è arrivato soltanto due
anni fa, dopo una battaglia condotta dalla nostra associazione. Ma chi
ha un’invalidità
inferiore al 25% non lo percepisce. E il ministero del Tesoro respinge
gli ordini di pagamento dei nuovi vitalizi, decisi dal ministero
dell’Interno, con la
giustificazione che il capitolo di spesa è vuoto. Insomma, per noi
vittime i soldi non ci sono mai».
Ha più ricevuto minacce?
«Per anni, fino al 1997. Telefonate anonime notturne: “Sei stato colpito
una volta, la prossima mireremo alla testa”. Ma gli investigatori
sostenevano che
non era nelle abitudini delle Br fare così, che i terroristi non si
ripetono. Come Paganini».
Dunque, chi poteva essere?
«Nel 1987 fui nominato revisore dei conti dell’ospedale Maria Vittoria
dell’Asl 3. Scoprii che la spesa per la sopraelevazione di un edificio
era stata
gonfiata. L’appalto, oltre un miliardo di lire, fu tolto alle
cooperative rosse di Reggio Emilia e affidato a un impresario edile di
Torino. Ricevetti
parecchie intimidazioni. Di lì a poco il costruttore fu rapito. Non è
più tornato a casa».
Quanti sono i terroristi che scontano una pena in carcere per i loro
delitti?
«Un’ottantina, credo. Meno dei latitanti, almeno un centinaio, rifugiati
quasi tutti in Francia, che non vi sono mai entrati».
E quanti sono all’ergastolo?
«Li hanno fatti uscire tutti. La prigione è solo una zona transiti.
Vanno a lavorare fuori, dormono a casa. I 18 giorni di permesso annuale
gli vengono
addirittura scalati dalla pena».
Hanno scarcerato anche quelli che non si sono ravveduti?
«Altroché. Renato Curcio non s’è né pentito né dissociato».
Però non ha mai ucciso.
«Uno condannato per concorso in omicidio, lei come lo chiama? Io lo
chiamo assassino. Curcio fu il mandante dei primi due delitti delle
Brigate rosse. Il 17
giugno 1974, nella sede del Msi a Padova, per colpa sua furono uccisi i
militanti di destra Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, che
lasciarono due vedove
e cinque figli orfani. Questa è sentenza dello Stato, passata in
giudicato».
Chi è il peggiore di tutti?
«Per la loro falsità disprezzo Valerio Morucci e Adriana Faranda, gli
aguzzini di Moro che furono ricevuti dal presidente Cossiga. La Faranda,
in
particolare, disse che voleva riparare al male compiuto devolvendo alle
famiglie delle vittime il ricavato della vendita di un appartamento che
stava per
ereditare. Una duplice menzogna, giacché, avendo perso i diritti civili,
non poteva accedere all’eredità, e in ogni caso la legge dispone che in
primis il
condannato debba risarcire lo Stato. Un modo per fare bella figura a
nostre spese sui giornali. Le obiettai: perché non regala l’alloggio a
un’associazione
che assiste i disabili? Mai avuta risposta».
Che cosa pensa del fatto che questi signori vengano di continuo
intervistati dai giornali, ospitati nei salotti televisivi, invitati a
tenere conferenze
nelle scuole?
«Sono inorridito. Oreste Scalzone e Toni Negri da Parigi predicano
ancora, stavolta dal video, la liceità della lotta armata. A Milano nel
2002 ha preso il
via un cantiere, coordinato da Curcio con la partecipazione di
lavoratori di varie aziende, sui “dispositivi relazionali totalizzanti
all’opera nelle grandi
catene della distribuzione commerciale e sulle risposte di sopravvivenza
a tali dispositivi”. L’anno dopo questo cantiere ha riaperto i lavori
per
“affrontare il nodo del dominio aziendale attraverso la flessibilità,
con i malesseri che esso genera”. Sembra di leggere i loro comunicati di
trent’anni fa,
il linguaggio è lo stesso».
Sergio D’Elia, ex dirigente di Prima linea, è stato eletto in Parlamento.
L’Unione lo ha nominato segretario della Camera.
«Se Fausto Bertinotti mi ricevesse a Montecitorio e incrociassi nei
corridoi D’Elia, me ne andrei subito, questo è poco ma sicuro. Badi bene,
io non contesto
agli ex terroristi il diritto a rifarsi una vita dopo aver saldato il
debito con la giustizia, bensì la loro spudoratezza nel pretendere di
ricoprire ruoli
pubblici, incuranti dell’immenso dolore che hanno seminato. C’è un solo
modo per chiudere questa terribile pagina di storia: riconoscano, una
volta per
tutte, d’aver sbagliato senza attenuanti. E la smettano con le
distinzioni cavillose fra reati di sangue e reati politici».
Li mette sullo stesso piano?
«Certo. Ho avuto colleghi d’ufficio che anni dopo sono venuti a
chiedermi scusa perché erano stati telegrafisti di Prima linea. Bravi! A
una conferenza che
ho tenuto a Vercelli, alcuni pensionati in sala hanno ammesso: “È vero,
alla Fiat Rivalta i brigatisti rossi stavano con noi alla catena di
montaggio”. E voi
che cosa facevate mentre quelli sparavano e ammazzavano? Niente. Allora
siete complici».
Perché entrò nella Dc?
«Sono cresciuto all’oratorio. Servivo la messa a don Costantino Marengo,
un antifascista coraggiosissimo, che nel 1945 per salvare la vita a un
repubblichino, certo Viarengo, catturato dai partigiani, non esitò a
irrompere nella caserma di via Bologna, pistola in pugno, intimando:
“Quell’uomo è mio.
Consegnatemelo!”. Io ero tredicenne e avevo già la tessera del partito,
firmata da Alcide De Gasperi».
Flaminio Piccoli mi confessò che Curcio, prima di fondare le Br, lavorò
per la Dc a Trento.
«Di Piccoli non ho mai avuto simpatia. Ero fanfaniano».
Piccoli gli fece persino avere attraverso suor Teresilla Barillà 20
milioni di lire, frutto di una tangente pagata a Enrico Pancheri,
presidente
dell’Autobrennero.
«L’ho conosciuta suor Teresilla. Secondo me aveva tutte le stimmate
tranne quelle della religiosa. Volle incontrarmi in un caffè di Roma,
zona piazza
Venezia. Mi faceva strane domande sull’associazione, insisteva perché
intervenissi in favore dei terroristi detenuti. Ebbi l’impressione che
lavorasse per i
servizi segreti».
Ad Hammamet, un anno prima di morire, Craxi mi rivelò che il presidente
Leone era pronto a firmare la grazia per Paola Besuschio, la compagna
detenuta che le
Br volevano scambiare con Moro, ma un leader dc di lungo corso, anzi
lunghissimo, all’ultimo minuto pose il veto. La circostanza trova
conferma nei diari di
Fanfani. Ed è lo stesso nome che mi aveva fatto anche Piccoli.
«Se è il nome al quale penso anch’io, temo che sia vero».
Conosce la vedova di Moro?
«L’ho incontrata a Torrita Tiberina, dove lo statista è sepolto, dieci
anni dopo l’assassinio. M’è sembrata una donna ancora in attesa di
sapere la verità.
Ma se non c’è arrivata l’America per i due Kennedy...».
Fece bene lo Stato a non piegarsi al ricatto delle Br?
«Per anni ho creduto che bisognasse rifiutare qualsiasi trattativa con i
terroristi. Oggi mi sono convinto che non sia affatto giusto. Moro
andava salvato.
La vita è più importante. Un uomo, un marito, un padre di famiglia,
viene prima di tutto, anche dei principii. Troppi politici ho sentito
inneggiare ai
principii, e poi erano i primi a non rispettarli».
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