Il Sindaco di Padova
e il Presidente della Provincia di Padova con AIVITER
organizzano la cerimonia commemorativa dell’assassinio di
GRAZIANO GIRALUCCI E GIUSEPPE MAZZOLA
prime vittime delle Brigate Rosse
mercoledì 17 giugno 2009
Ore 18.00 - Deposizione della corona di alloro in Via Zabarella, al
civico 24
Ore 18.30 - Via VIII Febbraio, di fronte a Palazzo Moroni - Interventi
delle autorità cittadine e dei familiari delle vittime
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Iniziative attuali
17 GIUGNO 2009 a Padova cerimonia commemorativa dell’assassinio di
GRAZIANO GIRALUCCI E GIUSEPPE MAZZOLA prime vittime delle Brigate Rosse
L'intervento di Pietro Mazzola
Desidero anche a nome dei miei familiari innanzi tutto ringraziare le
Autorità e tutti coloro che con la loro presenza oggi hanno inteso
onorare la memoria di mio padre, Giuseppe Mazzola e di Graziano
Giralucci, e per loro tutte le vittime del terrorismo individuale e
collettivo.
Sono trascorsi 35 anni da quel 17 giugno 1974.
E se oggi siamo qui riuniti per una commemorazione con il crisma
dell’ufficialità, ed è il terzo anno consecutivo, è anche perché vi è
stato chi da allora ha ritenuto che non si potesse e non si dovesse
dimenticare.
Così ogni 17 giugno, anno dopo anno, con determinazione e coraggio è
stato ricordato il loro sacrificio.
A tutti loro va il nostro ringraziamento e la nostra riconoscenza.
Così come va il nostro ringraziamento agli Amministratori che hanno
inteso onorare la memoria di mio padre e di Graziano Giralucci
intitolando loro due vie della città di Padova, e all’Amministrazione
che ha posto una targa in via Zabarella.
Da ultimo un ringraziamento all’attuale Amministrazione che facendosi
interprete della sensibilità di molti ha definitivamente collocato la
targa nel posto appropriato, sul muro perimetrale dell’edificio.
E’ naturale che intervenendo oggi da questo palco la mia mente ritorni,
quasi assistendo alla proiezione di un film, al 17 giugno del 1974 e a
tutti gli anni che ne sono seguiti.
Lo stesso film che per alcuni tratti ho rivisto pochi giorni fa quando
il telegiornale ha trasmesso la lettura della sentenza della Corte di
Assise di Milano nei confronti degli appartenenti alle “nuove brigate
rosse”.
Ora a parte il fatto che sentire parlare di vecchie o nuove brigate
rosse mi provoca lo stesso disgusto di quando sento parlare di vecchia o
di nuova mafia, mi sono chiesto e mi chiedo… come è possibile che in
Italia non si sia ancora riusciti a sradicare completamente la mala
pianta del terrorismo?
A chi ascriverne la responsabilità.
Non di certo alle Forze dell’Ordine e ai tanti magistrati che a prezzo
di enormi sacrifici, a volte addirittura della vita, hanno operato e
continuano ad operare con estrema abnegazione.
Credo piuttosto che sia mancata nel tempo quella forte risposta
culturale ed etica che sola avrebbe potuto recidere alla base i
tentativi di giustificazionismo che seppure in modo velato ed ambiguo
ancora purtroppo serpeggiano.
Ambiguità talvolta indirettamente alimentata, ma per questo non meno
colpevole, dai comportamenti non sempre eticamente ineccepibili tenuti
nel tempo dalle persone che in quel dato momento incarnavano le
Istituzioni politiche.
Mi riferisco alla sbandierata volontà di concedere nel 1991, alla
vigilia del processo della Corte di Assise di appello, la grazia ad uno
degli imputati già condannato in primo grado per l’omicidio di mio padre
e di Graziano Giralucci, imputato peraltro giudicato poi dalla Corte
neanche meritevole della concessione delle attenuanti generiche.
Mi riferisco all’atto di nomina disposto due anni fa da parte di un
ministro della Repubblica a consulente del proprio Ministero di una
delle persone condannate per concorso pieno per il duplice omicidio.
Nomina disposta nonostante e in spregio alla sentenza di condanna che
comportava e comporta l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Ma a fronte e contrapposto a tali comportamenti si è posto e si pone il
forte richiamo del Presidente Napoletano.
Richiamo volto a ricollocare i valori nelle giuste posizioni.
Attenzione ai valori che, spiace molto dirlo, sebbene declamata in
pubblico in occasione di vicende elettorali, non pare essere stata
tenuta nella giusta considerazione dai rappresentanti italiani al
Parlamento Europeo, se è vero come è vero che pochi mesi fa all’atto
della votazione della mozione per l’estradizione dal Brasile del
pluriomicida terrorista Cesare Battisti erano presenti nell’aula europea
solo sei parlamentari sui 78 italiani eletti.
Non ho notizia delle giustificazioni date dei settantadue assenti.
Fortunatamente la mozione è stata approvata e l’onore dell’Italia è
rimasto salvo grazie però ai parlamentari delle altre nazioni.
La cosa è passata sotto silenzio e molti di quei settantadue assenti
sono stati pochi giorni fa rieletti!
Non deve pertanto meravigliare, ma io mi auguro che ciò susciti
disgusto, se l’ideologo di Autonomia Operaia ancora poco tempo fa
raccontandosi con civetteria alla francese di turno ha consapevolmente
mentito ben sapendo di mentire sui fatti di via Zabarella.
Non deve meravigliare, ma spero ancora che ciò susciti ancora maggiore
disgusto, sapere che parte delle imposte che io e i miei familiari
versiamo allo Stato possano essere stanziati per finanziare un film
sulle gesta della persona, ancora una volta la stessa persona,
condannata per concorso pieno nell’omicidio di mio padre.
Quanto a sottile anche se inconsapevole perfidia devo dire che non è
proprio male!
Ma tutto questo non deve fare disperare.
Bisogna insistere senza stancarsi nel chiamare le cose con il loro vero
nome. Senza sfumature semantiche che ne attenuino la portata perché,
come ci hanno insegnato i filosofi greci, quando le parole perdono il
loro significato un popolo perde la sua libertà.
E allora bisogna gridare che così come in passato non si doveva e non si
poteva parlare di “cosiddette brigate rosse” e di “compagni che
sbagliano”, così oggi non si può e non si deve ritenere accettabile la
sfumatura semantica tra “sovversivi” e “terroristi”.
Si deve dire forte e chiaro senza se e senza ma che il terrorismo, come
lo ha definito Benedetto XVI “non è altro che una scelta perversa e
crudele, filiazione proprio del peggiore dei sentimenti di rancore” e
come ancora ha detto Giovanni Paolo II “alimentato da un istinto di
morte, penetrato da un odio che produce solamente diffidenza, chiusura
disperazione nei confronti della vita e del futuro.”
Mi sia concessa una ultima brevissima notazione.
Nell’antica Roma, ci dice il corpus iuris, era indegno a succedere il
figlio che non vendicava in giudizio l’assassinio del proprio padre.
Ebbene io credo che mio padre guardandoci da lassù possa ritenere che la
sua sposa e i suoi figli, per quel poco che sono riusciti a fare e che
sempre faranno, possano essere ritenuti meritevoli di succedergli nel
suo patrimonio di etica e di ideali che egli ha sempre gelosamente
difeso e per questo ha pagato con la vita.
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