E' uscito il libro di Antonio Iosa e Giorgio Paolo Bazzega "Milano e gli
anni del terrorismo - Ad un passo dalla morte (un gamozzato dalle b.r.
raccona)"
 |
|
Iniziative attuali
INTRODUZIONE
“Ho vissuto da testimone la tragica storia degli anni di piombo,
in una realtà di quartiere ove, oltre alle lotte democratiche
del movimento operaio, allignò la guerriglia urbana che sfociò
nel terrorismo per la massiccia presenza di gruppi rivoluzionari
giovanili e di aderenti all’autonomia operaia nelle
fabbriche. Troppi giovani, per ideali sbagliati, si sono immolati,
nel disegno eversivo di abbattere la democrazia, senza
rendersi conto che, esercitando la violenza e il terrore, hanno
criminalizzato la classe operaia” (p.68).
Antonio Iosa, classe 1933, aveva 47 anni quando, il primo
aprile 1980, un commando brigatista della colonna Walter
Alasia assalta una sezione della Democrazia cristiana a
Milano e lo gambizza. Con lui resteranno feriti anche Nadir
Tedeschi, Eros Robbiani ed Emilio De Buono. Da allora una
serie di operazioni, riabilitazioni, sofferenze. E tanti pensieri,
incontri, stati d’animo diversi, a volte contraddittori.
Tutto raccolto meticolosamente, in questo libro scritto in forma
di dossier. Episodi, fatti, parole dette e pensate. Quasi un
modo di cercare un ordine al tumulto che gli si agita dentro da
quel giorno in cui la sua vita fu segnata per sempre nel corpo e
nello spirito. Per riproporre una storia che è anche quella del
nostro Paese. La vicenda singola e quella collettiva diventate,
per tanti versi, una sola.
Leggere queste pagine è come riascoltare un racconto dalla
viva voce di un testimone che non si limita a lasciar parlare la
propria vita. Si mette in ascolto, in certo modo al servizio, di
tanti compagni di strada e offre loro la sua memoria per fare
spazio anche alla loro.
Così la storia di un uomo diventa la storia di tanti. Storia, in
qualche modo, condivisa. Come se non si potesse pensare alla
propria storia senza quella di tanti altri.
* * *
“Ora reco negli arti inferiori i segni indelebili della tremenda
esperienza sofferta. Ho riportato gravi lesioni e lo scoramento
è grande, anche a causa della depressione psicologica in cui
spesso ricado. E’ tuttavia forte in me la volontà di riprendere
l’impegno di sempre. Pur menomato nel fi sico mi sento confortato
da espressioni di comprensione di tanti amici che vivono
e operano nei quartieri di Milano, in solitudine” (p.86).
Nell’esperienza di Antonio Iosa la menomazione, quella che
il referto medico chiama “indebolimento permanente dell’organo
della deambulazione”, diventa come (assume la forza
di) un memoriale. Un punto sempre fragile, sempre dolente, ma – allo
stesso tempo – la tensione quotidiana
verso un rinnovato impegno. Certo, “l’impegno di sempre”. Ma carico
ormai di una nuova consapevolezza.
Quella del testimone.
Questa nuova consapevolezza è più forte dell’amarezza e dello
smarrimento, del dolore e della paura.
Ancora il suo racconto vivo: “Nella serata della sparatoria il mio
terrore fu tale che subii,senza saperlo, uno “shock diabetico”. Sino ad
allora ignoravo che la paura potesse fare aumentare la glicemia del
sangue e causare la febbre elevata! La paura, inoltre, dominò sovrana
per tutto il periodo del ricovero ospedaliero e della riabilitazione.
Auguravo a me stesso di morire piuttosto che restare amputato o
paralizzato su di una sedia a rotelle, consapevole che l’invalidità
permanente sarebbe stata una croce troppo dolorosa sia per me che per la
mia famiglia. Ho paura anche oggi, a distanza di trent’anni, quando esco
di casa per recarmi agli incontri o ai dibattiti culturali” (p.55).
La paura è anche paura di non trovare interlocutori, di non veder
riconosciuto il proprio dolore e quello di tante altre vittime e
familiari delle vittime, di trovare un Paese distratto e superfi ciale,
incapace di assumersi il carico della memoria: “La rimozione della
memoria” è un insulto alle vittime e ai loro familiari.
Non si può dare speranza al futuro senza salvaguardare la memoria del
passato e di quanti hanno pagato, con il loro sangue, la fedeltà
all’ordinamento democratico dello Stato. Sono i vivi che hanno bisogno
del ricordo e della memoria per il sacrifi cio di tanti innocenti che
hanno perso irrimediabilmente la vita” (p.84). E insistendo: “Voglio
ancora rimarcare, a nome delle vedove e degli orfani delle vittime del
terrorismo, tutta la mia amarezza per il desiderio di rimuovere il
passato cancellando il ricordo di tante vittime innocenti, che sono
state trucidate negli anni bui che lo hanno contrassegnato” (p.94).
In questo cammino faticoso e appassionato verso il riconoscimento
pubblico oltre che per l’elaborazione personale della violenza subita e
della permanente presenza del dolore, Antonio Iosa si trova ad
affrontare un delicato percorso che attraversa anche il campo della
fede, dell’autenticità della propria adesione alla proposta cristiana.
Sente fino in fondo la lacerazione di chi avverte il richiamo al
“perdono cristiano” ma, nello stesso tempo, il timore che questo perdono
passi sopra alla tragedia, senza assumerla, senza lasciarsene veramente
interrogare e farsene carico: “Io non appartengo a quei luminosi esempi
di parenti delle vittime che hanno accettato con rassegnazione cristiana
la loro grande tragedia umana
(...)
Appartengo invece alla categoria dei cristiani che non si rassegna
facilmente al suo non richiesto ruolo di vittima, anzi si ribella
quotidianamente poiché quotidiane sono le sofferenze causate dalla
gravità delle lesioni riportate” (p.147).
Giudizi duri che dicono – proprio nella loro durezza – del travaglio di
chi sa bene che al perdono, in fin dei conti, non si può arrivare con un
semplice sforzo di volontà. I tanti ragionamenti attorno al tema, gli
scambi di battute, le rifl essioni altalenanti dicono della sofferenza
di chi vorrebbe arrivare – e ancora non riesce – a un per-dono che non
può che essere “dono” anche per la vittima.
* * *
Emergono i toni severi, emotivamente carichi del suo temperamento focoso
e combattivo, che non teme lo scontro né il farsi carico di pensieri
“pesanti”. Ad esempio, nella protesta aperta a Sergio Zavoli, autore e
conduttore della trasmissione televisiva “La notte della Repubblica - La
storia della Repubblica italiana, in questi ultimi vent’anni, non è
stata scritta dai terroristi pentiti, dissociati irriducibili, né dai
“cattivi maestri” che cercano di giustifi care la stagione delle stragi
e dei ferimenti con comode e lunghe elucubrazioni dagli schermi
televisivi.
Eppure i protagonisti della trasmissione di Zavoli sono “in primis”, i
volti storici di esponenti della lotta armata, seguiti da politici,
studiosi ed esperti [...] Vi è un’abissale sproporzione fra lo spazio
riservato ai terroristi e quello riservato alle vittime” (pp. 86-87).
Oppure, in una lettera pubblica diretta ad Adriano Sofri: “Il tuo
comportamento risulta tanto più ipocrita quanto più vuoi giustificare la
violenza politica come distinta dal terrorismo [...] Il tuo è un atto di
sciacallaggio per auto-assolverti”. D’altra parte, anche in uno scontro
così aperto, “non mi resta che darti il
mio dolente saluto, con l’auspicio di un dialogo reciproco più sereno e
rispettoso” (p.99).
E c’è anche la rabbia, un andirivieni di compassione e condanna, di
ascolto e chiusura. La necessità, profonda, di condividere la propria
memoria, di capire, di ascoltare anche i colpevoli. E, allo stesso
tempo, la paura di far sbiadire il ricordo, di giustifi care il male, di
far tornare nell’ombra le vittime se si ascoltano anche le ragioni
dell’altra parte.
* * *
Scorrendo le carte, le testimonianze di un lungo impegno, la
corrispondenza, gli interventi e le riflessioni si trovano pagine amare
e dure come queste accanto ad altre in cui si fa strada una presa di
coscienza più profonda, più libera dall’emotività e dall’impulsività che
Antonio Iosa per primo riconosce come parte del suo temperamento e del
suo modo di affrontare il mondo.
Perciò, se da una parte si fa strada il pensiero che “non si può dare il
perdono a chi non lo vuole o non lo chiede” (p.87), dall’altra appare
altrettanto chiara l’idea che il dolore mai potrà sanzionare (tanto meno
riparare) altro dolore: “La mia coscienza di cristiano non gioisce della
sofferenza degli altri. Un terrorista che sia in carcere o in libertà
non alleggerisce di un milligrammo la quotidiana sofferenza fisica e
morale dei familiari dei morti ammazzati o dei feriti sopravvissuti. I
morti non risuscitano, gli storpi e gli sciancati restano tali!
Sono più che mai convinto che la violenza, in defi nitiva, non paga
nessuno, nemmeno i terroristi che l’hanno praticata e attuata come arma
di lotta politica delirante, nei suoi contenuti ideologici” (p.88).
E ancora, in tempi recenti, in una corrispondenza continua con un
“ex-terrorista”, Antonio Iosa scrive: “come si fa ad avere rancore od
odio contro dei giovani che da anni hanno preso coscienza del male fatto
e hanno avuto una conversione interiore, chiedendo perdono prima a Dio e
poi al fratello offeso? Il dialogo e la riconciliazione son possibili,
anche se le mie condizioni fisiche e psichiche mi fanno vivere
un’esperienza contraddittoria di prese di posizione sul discutibile
“contesto storico” di quegli anni tristi del terrorismo e dello
stragismo [...] io credo nella speranza e nessuno può essere condannato
a vivere nella disperazione e nell’angoscia. Coraggio, ciascuno a modo
nostro è stato una vittima. Oggi possiamo farcela per meglio capire!” (p.170).
Capire non soltanto per una “pacificazione” privata, che riporti un po’
di serenità alle vittime e a chi ha
inferto quel male, ma per fare ancora un passo più in là. E per vedere,
come gli scrive un ex di Prima Linea, “se possiamo trasformare la vostra
rabbia e la nostra disperazione in una forza utile al Paese”.
* * *
Questo libro è stato scritto grazie anche al sostegno convinto del
coautore Giorgio Paolo Bazzega. Il contenuto di tutti i temi affrontati
nei 38 capitoli, che compongono l’opera, sono stati discussi e
approfonditi nello scambio reciproco di rifl essioni e opinioni. I due
autori hanno lavorato insieme, per creare una coscienza di solidarietà
verso le vittime, per capire quali siano i problemi e le prospettive
attuali e future, per dare un orizzonte
di speranza al signifi cato del dolore, alla condivisione della memoria,
alle caratteristiche del perdono, del dialogo possibile e della
riconciliazione fra ex terroristi e familiari delle vittime.
In particolare è emersa l’esigenza, come sfi da al futuro, di
individuare percorsi didattici di educazione alla legalità e alla non
violenza, rivolti agli studenti e allargando l’impegno anche nei
confronti di tanti giovani “Figli di Abele”, che vivono nel disagio
sociale a causa di vecchie e nuove forme di povertà e di emarginazione.
Bazzega ha raccolto materiale, preso contatti, chiesto informazioni, ma
ha anche dato voce ad alcuni familiari delle vittime ascoltando e
raccogliendo le emozioni forti di alcuni feriti, che rappresentano “la
memoria storica vivente di quegli anni spietati”, che la città di Milano
ha vissuto nel triste periodo della strategia della tensione e degli
opposti estremismi, dal 12 dicembre 1969 al 1984.
Milano, Marzo 2010
P. GUIDO BERTAGNA
Direttore del Centro culturale San Fedele di Milano
ANNACHIARA VALLE
Giornalista e scrittrice
|