-> leggi il testo del
comunicato stampa AIVITER IL CASO PETRELLA.
L'estradizione negata. (version française)
-> leggi il testo di
precisazione dei rapporti con Bruno Berardi e l'Associazione Domus
Civitas
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Rassegna stampa
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da La Stampa del 14 ottobre 2008
Com'è umano Sarkò con la ex Br
di CESARE MARTINETTI
Rifiutando l'estradizione della brigatista Marina Petrella per «ragioni
umanitarie» Nicolas Sarkozy raccoglie il primo applauso della gauche
caviar di cui Carla Bruni è l'indiscussa icona, ma commette una grave
offesa all'Italia.
Un vero incidente diplomatico. Che significa infatti la dizione «ragioni
umanitarie» addotte per trattenere in Francia una terrorista condannata
all' ergastolo in un altro Paese dell'Unione Europea? Che quel paese -
l'Italia - non dà garanzie di «umanità» nel trattamento dei detenuti? O
che non si condivide la sentenza? Il governo italiano - che
ripetutamente ha chiesto l' estradizione dei numerosi terroristi
condannati tuttora residenti liberi e protetti in Francia per un'ambigua
decisione del «florentin» Mitterrand nel 1986 - farebbe bene a non
sottovalutare l'episodio che costituisce uno strappo al bon ton e alla
sostanza dello spirito comunitario. È anche da queste cose che si valuta
la qualità delle relazioni tra governi. Non bastano le foto di sorrisi e
siparietti ai summit se poi alla prova dei fatti gli altezzosi francesi
continuano a pensare che gli italiani sono pur sempre dei «macaronì», un
po' fascisti e un po' faciloni. La decisione di Sarkozy rappresenta di
fatto una pietra tombale sulla questione rifugiati.
La partita, dopo il pasticcio Battisti e il caso Petrella, appare
evidentemente chiusa per sempre.
Si dirà: un'altra lezione dalla patria dei diritti dell'uomo. Ma è così?
La Francia (il rapporto del Consiglio d'Europa è del 2005) ha le
prigioni peggiori d'Europa: tre tentativi di suicidio al giorno, un
morto ogni tre giorni. È una di quelle emergenze nazionali di cui non si
viene mai a capo.
In queste galere, la République ha annientato i «suoi» pochi terroristi
molto più di quanto non abbia fatto l'Italia con i suoi molti eversori.
Un grappolo di persone, raccolte dentro la sigla di «Action directe» e
sostanzialmente responsabili di due omicidi: un generale
dell'Aeronautica e il presidente di Renault. I quattro capi di Ad sono
stati condannati all'ergastolo e a una detenzione speciale: isolamento
per una dozzina di anni con luce sempre accesa in cella. Uno è impazzito
(Georges Cipriani), un'altra, ammalata di cancro, è stata liberata in
stato terminale ed è morta due mesi dopo (Joelle Aubron), la terza ha
sofferto ripetute ischemie cerebrali ed è stata liberata da poco (Nathalie
Ménigon), il quarto Jean-Marc Rouillan, apparentemente sano, appena
ottenuta la semilibertà dopo vent'anni di carcere ha dato un'intervista
all'Express per dire più o meno quello che tutti i terroristi italiani
hanno sempre detto ai media francesi.
Ma il risultato è stato diverso: Rouillan è stato subito rimesso in
gattabuia. E nessun politico o intellettuale ha protestato, nemmeno le
sorelle Bruni Tedeschi.
Naturalmente Marina Petrella, precipitata in una gravissima depressione
dopo l'arresto (e quindici anni di libera vita parigina), ha tutto il
diritto di essere curata. Ma l'Italia ha sempre assistito i suoi
terroristi. Prospero Gallinari, tanto per dirne uno, killer in via Fani
e poi carceriere di Moro, è libero da anni per curare il suo cuore
malato. Nessuno dei nostri è mai stato privato della libertà per una
semplice intervista. Anzi...
Aspettando che il Guardasigilli Alfano chieda spiegazioni alla collega
Rachida Dati, non resta che constatare la permanenza di un mistero:
perché la Francia così severa con i suoi, è così clemente con gli
italiani? Il «francese di ferro» che ha costruito la sua fortuna
elettorale deportando migliaia di poveri cristi sanspapiers nelle ex
colonie dell'Africa nera da dove erano fuggiti, si blocca di fronte a
una terrorista condannata da uno stato sovrano e amico. Sarkozy voleva
cancellare il '68 e invece ha ceduto al più banale riflesso post
sessantottardo. Un destino «italiano».
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