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Rassegna stampa

Da LA STAMPA del 18/08/2010

Cossiga e le "croci" di Torino

LUCIANO BORGHESAN
TORINO

Se Torino potè celebrare il primo processo alle Brigate rosse fu grazie a Francesco Cossiga. L’ex sindaco Diego Novelli ricorda spesso l’eccezionale contributo (900 milioni di lire) che nel 1977 arrivò dall’allora ministro all’Interno per attrezzare la caserma Lamarmora ad aula di tribunale dove giudicare Renato Curcio e il nucleo storico delle Br. I terroristi seminarono morte per impedire allo Stato di fare giustizia: uomini con e senza divisa finirono colpiti alle spalle, alle gambe. Al funerale di Carlo Ghiglieno il ministro Cossiga telefonò al sindaco: «Vorrei essere presente, ma temo contestazioni», «Se fischieranno faremo a metà», rispose Novelli.

Cossiga era «esponente di un’Italia civile che ha saputo impersonare, combattendo a viso aperto il terrorismo a difesa dello Stato democratico», dice oggi Pier Franco Quaglieni, direttore del Centro Pannunzio. Chiamparino ne ricorda «la profonda sensibilità umana unita al grande rigore morale e all’impegno istituzionale». «Associamo - osserva Antonio Saitta, presidente della Provincia - il suo impegno contro il terrorismo e noi che ospitiamo da anni l’Associazione vittime del terrorismo siamo sensibili al ricordo di quanti seppero difendere la nostra democrazia». L’Aiviter ringrazia con il presidente Dante Notaristefano. Giovanni Berardi (figlio del commissario di Ps, Rosario, ucciso dalle Br nel ‘78), che criticò Cossiga quando propose (1991) di chiudere la pagina del terrorismo con l’amnistia di Curcio &c., ha parole di comprensione ma rimpiange di non aver avuto da lui tutte le verità.

«Con le sue picconate, il presidente Cossiga non ha mai distrutto, anzi ha sempre contribuito a costruire la storia dell’Italia», dice il governatore della Regione, Roberto Cota, «E’ uno dei massimi esponenti della storia repubblicana», aggiunge il presidente del consiglio regionale, Valerio Cattaneo. «Aveva profonda sensibilità umana unita al grande rigore morale e all’impegno istituzionale», dice il sindaco Sergio Chiamparino.

Molte le tappe che Cossiga fece a Torino e con i torinesi. Spesso in salita, come si addice ai picconatori. Nel maggio del 1980 la Procura della Repubblica di Torino ipotizzò il reato di favoreggiamento per aver informato il collega ministro Carlo Donat Cattin sul coinvolgimento del figlio Marco in Prima Linea. Nell’autunno, anche in seguito alla crisi industriale (la Fiat annunciò 14 mila esuberi), il governo Cossiga entrò in crisi.

Da Presidente della Repubblica, il 2 giugno ‘91, nominò Giovanni Agnelli senatore a vita e insignì Cavalieri del lavoro i torinesi Emilio Lavazza, presidente della Lavazza, Marco Borini, costruttore, Angelo Emilio Martelli, fondatore della Telsy, e Giovanni Mario Rossignolo, presidente della Zanussi e della Riv Skf.

Fu l’unico Capo di Stato a non alloggiare in Prefettura: il 13 agosto ‘91 scelse il Principi di Piemonte. Non disdegnava serate fuori dal rito. Loquace e amante della buona cucina, lo descrisse Giovanna Sassi, cuoca di Palazzo Carpano, dimora di Romilda Bollati.

Da esperto conoscitore della storia e dei misteri italiani, Cossiga fu richiesto di opinioni sul «golpe del 1974»: sul ruolo di Edgardo Sogno e sull’inchiesta di Luciano Violante. Da presidente elogiò il partigiano bianco e medaglia d’oro al valore militare per la Liberazione, ma da ex capo dello Stato quando Sogno, intervistato da Aldo Cazzullo, ammise di aver tentato un «golpe liberale» per «sottrarre lo Stato all’abbraccio mortale del clerico-marxismo» Cossiga aggiunse: «Qualche scusa a Violante va fatta, anche se le persone indagate non erano in grado di fare un colpo di Stato».

Capiva le ragioni di tutti, anche perché conosceva i fatti.




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