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Rassegna stampa
Da LA STAMPA del 19/7/2010
- GUERRA AL TERRORE. IL FRONTE INTERNO
di Maurizio Molinari
Il male oscuro dei reduci da Kabul
Migliaia di soldati Usa soffrono di
malesseri provocati dalle esplosioni: svenimenti e confusione
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
Perdere l’orientamento all’incrocio sotto casa, dimenticarsi di
allacciare la cinta dei pantaloni, reagire con aggressività se
contraddetti in una discussione banale o perdersi nel vuoto durante una
conservazione in famiglia: sono alcuni dei sintomi più comuni del «Ptsd»,
la «malattia invisibile» che ha già colpito 300 mila veterani di Iraq e
Afghanistan obbligando il presidente Barack Obama a varare nuovi
regolamenti per facilitare l’elargizione di benefici ai chi ne è
colpito.
«Ptsd» è l’acronimo di «disordine da stress post-traumatico» e si
verifica quando un individuo subisce colpi fisici o shock emotivi che
causano mutamenti nel funzionamento del cervello, comportando malanni
fisici o psichici. Per gli storici militari gli antenati sono le
malattie denominate «Fatica di battaglia», «Il cuore del soldato» o «Shell
Shock» (Shock da bomba) diagnosticate dai soldati dalla rivoluzione
americana alla Guerra di Corea, ma il Pentagono si trovò per la prima
volta a trattare casi di «Ptsd» fra i reduci del Vietnam. Si trattava
però di numeri esigui mentre uno studio della Rand Corporation,
pubblicato nel 2009, ha attestato che ne soffre il 20 per cento dei
soldati che hanno servito in Iraq o Afghanistan, circa 300 mila
militari.
In alcuni casi il «Ptsd» si manifesta come una «forte depressione» o
viene classificato «Tbi» - la ferita traumatica cerebrale - ma la
genesi, secondo uno studio del Dipartimento degli Affari per i Veterani,
è comunque sempre riconducibile a eventi simili ovvero l’esplosione
ravvicinata di bombe che investono blindati progettati per resistervi ma
con sobbalzi tali da provocare danni cerebrali. Più bombe «ied»
esplodono lungo le strade percorse dai mezzi, più vittime da street si
contano. Se nell’autunno del 2008 su 3800 feriti di guerra gravi
rimpatriati in America a mostrare i sintomi del disordine
post-traumatico era il 38 per cento, l’anno seguente la percentuale era
salita al 52 per cento e nello scorso aprile si è impennata al 58 per
cento, su 6500 feriti complessivi.
È stata l’entità del fenomeno a spingere la Casa Bianca a rivedere i
regolamenti del Pentagono che rendevano lunga a complessa la prassi per
assegnare i benefici economici alle vittime di «Pdts», pari a circa 2700
dollari al mese. Se finora si chiedeva ai soldati di documentare le
circostanze dell’evento traumatico, adesso i dottori daranno la
prevalenza all’importanza delle manifestazioni esteriori della malattia,
senza chiedere la relativa documentazione.
È stato lo stesso presidente Obama ad annunciare la svolta - entrata in
vigore il 13 luglio - parlando di «un passo a lungo atteso che aiuterà i
veterani di tutte le guerre» alle prese con «le ferite emotive e
nascoste». Fra i militari che si gioveranno dei nuovi regolamenti c’è il
sergente dei Marines James Ownbey, il cui blindato nel 2007 in Iraq
venne scaraventato talmente in alto da tranciare i cavi dell’elettricità
e il pluridecorato soldato Jonathan Schulze che nel 2008 tentò il
suicidio.
In singolare coincidenza con la decisione della Casa Bianca, il dramma
di una famiglia alle prese con il «Ptsd» è entrato nei salotti di
milioni di americani grazie al serial tv «Army’s Wives» (Le mogli
dell’esercito) nel quale una delle protagoniste è la donna colonnello
Joan Burton (interpretata da Wendy Davis) reduce da Afghanistan e Iraq
che rifiuta di ammettere la propria malattia fino a quando non cade a
terra mentre ha in braccio la figlia di appena un anno di età.
Il conflitto fra Joan e il marito racconta le difficoltà di avere a che
fare con una «ferita che non si vede» perché chi l’ha subita tende a
ignorarla mentre i suoi parenti e amici sono i primi ad accorgersi del
cambiamento avvenuto, innescando tensioni devastanti sui gruppi
famigliari. «Ho chiarito alla catena di comando - è stata la promessa di
Obama - che bisogna aiutare i soldati in stato di bisogno perché il
nostro sacro dovere verso chi veste la divisa non termina quando tornano
dalle zone di combattimento».
Copyright ©2010 La Stampa
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