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MEMORIAL DAY 2008
Bari, 14 maggio 2008



Gentilissimi.

Ho accolto calorosamente l’invito del Sindacato Autonomo di Polizia di Bari ad aderire, anche quest’anno, alla celebrazione del Memorial Day il 14 maggio 2008 “Per non dimenticare”, evento che culminerà a Capaci il prossimo 23 maggio.
Ricordo ancora, con commozione, la mia partecipazione al primo Memorial Day, a Mestre, il 23 maggio del 2000.
Sono passati otto anni. Anni con il loro contenuto di accadimenti e di riflessioni.
All’epoca, cito un brano della mia testimonianza, ebbi a dire:

Il confronto con la morte, con la fine di un’esistenza, importa usualmente anche un giudizio di valore.
Si dice di solito di un essere umano come è stato in vita, o come non è stato. E su questo giudizio di valore espresso normalmente dalla comunità, anche la coscienza dei superstiti si acquieta.
Che sia buono o cattivo, bianco o nero, «mors est quies viatoris».
Per quanto io ne sappia, non ho mai visto, alla fine di tutto, la morte tingersi di altri colori.
Quando guardo negli occhi di coloro che, come me, hanno avuto la ventura di subire la mia stessa esperienza, in questi occhi che, soli, sanno quello che hanno passato, vedo la morte tingersi di grigio.
Io credo che quello che angustia, che tormenta le esistenze dei superstiti consista anche, o, forse soprattutto, in questo, nel fatto che il giudizio di valore dovuto, voluto, richiesto e fors’anche preteso nei confronti dei nostri Caduti non sia stato espresso, o sia stato espresso solo a metà, o, peggio ancora, sia stato artefatto.

Oggi, sono di ritorno dalla celebrazione del Giorno della Memoria al Quirinale, il 9 maggio scorso. Sono di ritorno con uno spirito nuovo, dopo una giornata storica, attesa da trent’anni.
Torno con la piena consapevolezza che, finalmente, dopo tanti anni, qualcosa è cambiato. Che quel giudizio di valore per anni artefatto si è tinto di un colore nuovo.
Di un bianco luminoso.
Dopo le parole del Capo dello Stato, inequivocabili, non ci sono più dubbi. Non ci sono più dubbi possibili sul dove, sul da che parte lo Stato deve stare.
Il Capo dello Stato ha parlato di celebrazione della Giornata della Memoria quale riconoscimento collettivo e proiettato nel futuro, ha parlato di gesto di riparazione e di partecipe vicinanza, ma ha parlato, soprattutto, “ … del più datato e rozzo ideologismo comunista, ancora persistente per quanto negli scorsi decenni quel disegno rivoluzionario sia naufragato insieme con la sconfitta del terrorismo, mostrando tutto il suo delirante velleitarismo, la sua incapacità di esprimere un'alternativa allo Stato democratico, di segni di reviviscenza addirittura di un ideologismo e simbolismo neo-nazista, entrambi accomunati dalla intolleranza e dalla violenza politica, dall'esercizio arbitrario della forza, dal ricorso all'azione criminale per colpire il nemico e non meno brutalmente il diverso, per sfidare lo Stato democratico…” pericoli, questi, cui occorre contrapporre il culto, si badi, non solo la cultura, il culto della legalità, il culto “… della convivenza pacifica, della tolleranza in ogni sua forma, delle regole democratiche, dei principi, dei diritti e dei doveri sanciti dalla Costituzione repubblicana.”
Parole del Presidente della Repubblica.
Un invito, un’esortazione alla reazione civile, alla resistenza civile, nel rispetto della memoria, nel rispetto delle vittime e della loro memoria.
Memoria che non può più essere vilipesa. Da chicchessia.
I familiari, i superstiti, hanno, da oggi, ancora più forte, l’obbligo, il dovere morale di testimoniare, di raccontare la loro verità sugli anni di piombo, la verità di coloro che, sino a ieri, erano stati esclusi da ogni possibilità di esprimere un’opinione attraverso l’uso strumentale di un artato travisamento dei fatti, compressi dagli infingimenti e dal silenzio imposto come pena ulteriore al dolore, da quel torbido giudizio di valore.
Nessuno di noi, in realtà, ha mai avuto dubbi sull’effettivo contenuto della coscienza collettiva, sul pensiero sempre solidale della gente comune, della gente onesta.
Mai.
Era da altri che giungeva il dubbio. Da coloro che, su ciascuno dei livelli di responsabilità che oggi nettamente individuiamo, responsabilità di rilevanza penale, di rilevanza politica, di rilevanza internazionale, avevano interesse a che la verità non venisse mai alla luce.
Oggi abbiamo, finalmente, almeno una chiara cornice del quadro, possiamo parlare del come e del perché degli anni di piombo. possiamo dire che sappiamo il come ed i perché, e sarà nostro impegno raccontare questa verità ai giovani.
Perché sappiano anch’essi e crescano cittadini rispettosi e consapevoli.
Possiamo dire, e non dovrebbe tuttavia essere solo compito nostro.
Dovrebbe essere, anche e soprattutto, perché la questione non possa poi essere ridotta ad affare di faida, ristretto al rapporto individuale tra vittime e carnefici, dovrebbe essere compito di coloro che, pur autoreferenziandosi come intellettuali, piuttosto che assumere posizioni ferme e coraggiose, piuttosto che dire “io so”, piuttosto che seguire l’esempio dei Tobagi, dei Casalegno, dei Montanelli, piuttosto che questo, preferiscono ancora la comodità del conformismo prezzolato delle idee.
Dove sono, oggi, gli intellettuali italiani?
Ad essi, oltre che a chiunque abbia o abbia avuto responsabilità, ricordiamo che manca la parte più difficile.
Manca ancora il “chi”.
Manca il coraggio di dire, dirlo chiaro, chi si è prestato, in nome di quale artefatta ragione di Stato.
Via dunque il segreto di stato, ma attenzione, attenzione vigile all’interpretazione ed all’applicazione della nuova legge sul segreto di stato ed il riordinamento dei servizi segreti, alla cui discussione, si badi, ha avuto agio di partecipare nientemeno che quel Sergio D’Elia ben noto alle recenti cronache.
Via a quelle tentazioni, pure prospettate e paventate, di ulteriori colpi di spugna mascherati da ipotesi di riconciliazione sociale attraverso l’utilizzo di metodologie sudafricane, tentazioni che avrebbero l’unico effetto di costituire facile sponda a coloro i quali vogliono ancora frapporre ostacoli alla verità, tentazioni non condivise dalla società civile, tentazioni alla cui genuinità non crediamo.
No, ancora una volta, all’equazione impunità contro verità.
Via ad ogni tentativo di indulgente interpretazione di quegli anni e di quei fatti.
Il senso della partecipazione alla celebrazione è in questo, nello spirito autentico di condivisione di ogni dolore, nella volontà, ancora oggi forza virile di uomini e donne che hanno sofferto, nella ferma, determinata volontà di testimoniare.
Quale che ne sia la causa originaria, violenza comune, mafia, per i sacrifici di questo popolo, di questa Nazione ricordati oggi, terrorismo, per i sacrifici ricordati il 9 maggio, entrambe violenze, mafia e terrorismo, esse stesse diritto e rovescio della medesima medaglia.
Quale che sia.
Con orgoglio possiamo affermare oggi che la ricerca della verità non è ancora, non è affatto conclusa.
Abbiamo ancora fame e sete di giustizia e di verità.
Non per noi, ‘ché anzi facile, e più comodo, sarebbe evitare i clamori, ma per dovere di vita, per spirito di servizio nei confronti della collettività, del nostro Paese.
Per quella stessa Italia libera e democratica sognata dai nostri Cari.
Lasciatemi dire, con orgoglio, che la ricerca della verità è oggi al capitolo primo.


Michele FILIPPO
Coordinatore per la Puglia – Responsabile di Area
AIVITER
Associazione Italiana Vittime del Terrorismo e
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dello Stato
 


 

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