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Iniziative attuali
DISCORSO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
GIORGIO NAPOLITANO
IN OCCASIONE DEL
"GIORNO DELLA MEMORIA DEDICATO
ALLE VITTIME DEL TERRORISMO E DELLE STRAGI DI TALE MATRICE"
Palazzo del Quirinale, 9 maggio 2008
Questo è il giorno del ricordo e del pubblico riconoscimento che
l'Italia da tempo doveva alle vittime del terrorismo. E' il giorno del
sostegno morale e della vicinanza umana che l'Italia sempre deve alle
loro famiglie. Ed è il giorno della riflessione su quel che il nostro
paese ha vissuto in anni tra i più angosciosi della sua storia e che non
vuole mai più, in alcun modo, rivivere.
Parlo del terrorismo serpeggiante in Italia a partire dalla fine degli
anni '60, e infine esploso come estrema degenerazione della violenza
politica ; parlo delle stragi di quella matrice e della lunga trama
degli attentati, degli assassinii, dei ferimenti che insanguinarono le
nostre città. L'obbiettivo che i gruppi terroristici così perseguivano
era quello della destabilizzazione e del rovesciamento dell'ordine
costituzionale. Dedichiamo l'incontro di oggi in Quirinale alle vittime
di quell'attacco armato alla Repubblica, che seminò ferocemente lutto e
dolore.
Sappiamo che nell'istituire, un anno fa, questo "Giorno della memoria"
il Parlamento ha raccolto diverse proposte, comprese quelle rivolte a
onorare gli italiani, militari e civili, caduti in anni recenti nel
contesto delle missioni in cui il nostro paese è impegnato a sostegno
della pace e contro il terrorismo internazionale, nemico insidioso
capace di colpire anche a casa nostra. Alla loro memoria rinnovo
l'omaggio riconoscente delle istituzioni repubblicane e della nazione.
Sono certo che anche al loro sacrificio si rivolgerà pubblico omaggio
nelle manifestazioni e negli incontri cui darà luogo ovunque la
celebrazione del "Giorno della memoria".
E colgo l'occasione per ricordare anche le vittime causate da fatti di
diversa natura, dal disastro di Ustica all'intrigo delittuoso della Uno
Bianca, ai caduti nell'adempimento del loro dovere e ai semplici
cittadini, uomini e donne, che hanno perso la vita in torbide
circostanze, su cui non sempre si è riusciti a fare pienamente chiarezza
e giustizia. Più in generale, mi inchino a tutti i caduti per la Patria,
per la libertà e per la legalità democratica, e dunque - come
dimenticarle ! - alle tante vittime della mafia e della criminalità
organizzata.
Ma sottolineo nuovamente la specificità delle vicende del terrorismo
italiano, e l'esigenza di colmare vuoti e carenze nell'iniziativa dello
Stato democratico, nell'impegno della comunità nazionale, che esigeva ed
esige il ricordo di quelle vicende e delle loro vittime.
I momenti di solenne riconoscimento non sono mancati : come con il
conferimento di medaglie d'oro, da parte del Presidente Ciampi, alla
memoria di alcune figure rappresentative del sacrificio di molti negli
"anni di piombo". Ma era a lungo mancato un riconoscimento collettivo e
proiettato nel futuro come quello deciso dal Parlamento con la legge
istitutiva del "Giorno della memoria".
E con la pubblicazione che oggi vede la luce abbiamo cercato di
abbracciare in un comune ricordo ed omaggio - salvo possibili,
involontarie omissioni o imprecisioni, di cui ci scusiamo - tutte le
vittime della violenza politica armata, del terrorismo organizzato e
rivolto a fini eversivi. Non si possono sfogliare quelle pagine senza
provare profonda commozione e profondo sgomento. Abbiamo cercato di
restituire, di consegnare alla memoria degli italiani, l'immagine - i
volti, i percorsi di vita e di morte - di tutte le vittime.
I percorsi di vita, innanzitutto : perché non è accettabile che quegli
uomini siano ricordati solo come vittime, e non come persone, che hanno
vissuto, hanno avuto i loro affetti, il loro lavoro, il loro posto nella
società, prima di cadere per mano criminale. Le ricordiamo tutte, come
vittime e come persone, dalle più note ed illustri alle più modeste,
facilmente rimaste più in ombra. Tutte, qualunque fosse la loro
collocazione politica e qualunque fosse l'ispirazione politica di chi
aggrediva e colpiva.
Vorrei che voi, mogli, figli, genitori, famigliari dei caduti, sentiste
anche questa nostra particolare iniziativa come gesto di riparazione e
di partecipe vicinanza per quello che avete sofferto, per il dolore di
perdite irreparabili e poi per il dolore di una solitudine, di una
disattenzione, che vi ha fatto temere di essere come dimenticati insieme
con i vostri cari. Non può essere, non deve essere così. E' l'impegno
che oggi prendiamo.
La scelta della data per il "Giorno della memoria" è caduta per validi
motivi sull'anniversario dell'assassinio di Aldo Moro. Perché se nel
periodo da noi complessivamente considerato, si sono incrociate per
qualche tempo diverse trame eversive, da un lato di destra neofascista e
di impronta reazionaria, con connivenze anche in seno ad apparati dello
Stato, dall'altro lato di sinistra estremista e rivoluzionaria, non c'è
dubbio che dominanti siano ben presto diventate queste ultime, col
dilagare del terrorismo delle Brigate Rosse. E il bersaglio più alto e
significativo che esso abbia raggiunto è stato il Presidente della
Democrazia Cristiana, sequestrato, tenuto prigioniero per quasi due mesi
e infine con decisione spietata ucciso.
Fu, in quel 16 marzo 1978, centrato dalle Brigate Rosse un obbiettivo
forse impensabile, per il grado di organizzazione e il livello di
audacia che comportava, ma non imprevedibile, dato il ruolo evidente e
incontestabile di Moro nella vita politica nazionale, nella fase critica
e cruciale che essa stava attraversando. Non si scelse un obbiettivo
simbolico ; si decise di colpire il perno principale del sistema
politico e istituzionale su cui poggiava la democrazia repubblicana.
Imprevedibili erano stati, e sarebbero stati ancora dopo, molti altri
bersagli colpiti dalle Brigate Rosse con cieco furore ideologico :
studiosi, magistrati, avvocati, giornalisti, amministratori locali,
dirigenti d'azienda, commercianti, rappresentanti dei lavoratori,
militari, uomini delle forze dell'ordine, e altri ancora, in una
successione casuale e non facilmente immaginabile. Una successione
perciò incalzante e angosciosa, che mirava a dare il senso
dell'impotenza dello Stato, del vacillare delle istituzioni e della
convivenza civile.
In Moro i terroristi individuarono il nemico più consapevole, che aveva
più di chiunque colto - nel '68 - quel che si muoveva e premeva nella
società, la crisi dei vecchi equilibri politici, il travaglio e la
domanda di rinnovamento delle nuove generazioni, e quindi - nel maggio
'77 - aveva lanciato l'estremo allarme. Ci si trovava, così disse,
dinanzi a "manifestazioni di violenza" che avevano "uno sfondo
ideologico" e si collocavano "tra la lotta politica e la lotta armata" ;
di qui l'"apprensione per il logoramento" cui erano "sottoposte le
istituzioni e le stesse grandi correnti ideali che credono nella
democrazia". Egli non dubitava dell'"esito finale" del confronto tra le
istituzioni democratiche, tra le forze democratiche e le forze che
conducevano "un così grave attacco portato nel cuore dello Stato", ma
era cosciente della durezza della prova, dell'"alto costo" e delle
"distorsioni" che poteva comportare.
Per quel che egli rappresentava storicamente - nella lunga vicenda della
costruzione democratica e della lotta politica in Italia - e per quel
che contava in quel momento come punto di riferimento ai fini di una
risposta concorde all'offensiva terroristica e di una sapiente tessitura
volta a rinnovare e consolidare la democrazia nel nostro paese, il
Presidente della Democrazia Cristiana divenne la vittima designata, da
catturare anche a costo dell'efferato sterminio della sua scorta -, dei
suoi "compagni di viaggio",- nell'agguato di via Fani, e fu quindi a
lungo ristretto in una condizione fisica disumana, e sottoposto a una
tremenda violenza psicologica.
Si sono di recente pubblicate attente ricostruzioni di quei fatti e
analisi penetranti degli svolgimenti di una così inaudita e sconvolgente
vicenda, dei comportamenti di tutti coloro che ne furono i diversi
attori. Ma non è in questa sede e non è da parte mia che si possono
esprimere giudizi conclusivi. Si può solo invitare - trent'anni dopo -
alla riflessione profonda e dolorosa, alla ricerca non ancora conclusa,
che anche questi nuovi contributi di osservatori e studiosi sollecitano
; possiamo solo inchinarci con rispetto e commozione dinanzi alla
tragedia vissuta trent'anni orsono da un grande protagonista della
storia democratica dell'Italia repubblicana, dinanzi allo sforzo
intellettuale e politico da lui dispiegato in uno stato di cattività
esposto a continue pressioni e manipolazioni. Possiamo solo inchinarci
dinanzi al suo tormento umanissimo, consegnato a lettere di
straordinaria intensità per carica affettiva e morale.
Fu tragedia non solo di un uomo, ma di un paese, di questa Italia che un
grande maestro, Norberto Bobbio, volle ricordarci, dinanzi a simili
eventi, essere, appunto, "un paese tragico".
Ci sarà ugualmente da riflettere ancora e a fondo -anche se molto si è
lavorato, anche di recente, su questi temi - sulla genesi e sulla
fisionomia dei fenomeni di stragismo e terrorismo politico di cui è
stata teatro l'Italia : su come siano nati e via via cresciuti, su quali
ne siano state le radici, i punti di forza, le ideologie e strategie di
supporto. E c'è da augurarsi che si riesca ancora a indagare, anche in
sede giudiziaria, su singoli fatti di devastante portata : che si riesca
ad accertare pienamente la verità, come chiedono le Associazioni delle
famiglie delle vittime.
Quel che più conta, tuttavia, è scongiurare ogni rischio di rimozione di
una così sconvolgente esperienza vissuta dal paese, per poter prevenire
ogni pericolo di riproduzione di quei fenomeni che sono tanto costati
alla democrazia e agli italiani. In effetti abbiamo visto negli ultimi
anni il riaffiorare del terrorismo, attraverso la stessa sigla delle
Brigate Rosse, nella stessa aberrante logica, su scala, è vero, ben più
ridotta ma pur sempre a prezzo di nuovi lutti e di nuove tensioni. Si
hanno ancora segni di reviviscenza del più datato e rozzo ideologismo
comunista, per quanto negli scorsi decenni quel disegno rivoluzionario
sia naufragato insieme con la sconfitta del terrorismo, mostrando tutto
il suo delirante velleitarismo, la sua incapacità di esprimere
un'alternativa allo Stato democratico. E se vediamo nel contempo - come
li stiamo vedendo - segni di reviviscenza addirittura di un ideologismo
e simbolismo neo-nazista, dobbiamo saper cogliere il dato che accomuna
fenomeni pur diversi ed opposti : il dato della intolleranza e della
violenza politica, dell'esercizio arbitrario della forza, del ricorso
all'azione criminale per colpire il nemico e non meno brutalmente il
diverso, per sfidare lo Stato democratico. Occorre opporre a questo
pericoloso fermentare di rigurgiti terroristici la cultura della
convivenza pacifica, della tolleranza politica, culturale, religiosa,
delle regole democratiche, dei principi, dei diritti e dei doveri
sanciti dalla Costituzione repubblicana. E occorre ribadire e
rafforzare, senza ambiguità, un limite assoluto, da non oltrepassare
qualunque motivazione si possa invocare : il limite del rispetto della
legalità, non essendo tollerabile che anche muovendo da iniziative di
libero dissenso e contestazione si varchi il confine che le separa da un
illegalismo sistematico e aggressivo.
Lo Stato repubblicano non può abbassare la guardia, dopo aver fatto
fronte allo stragismo e aver sconfitto il terrorismo dilagante degli
scorsi decenni. Lo ha sconfitto dopo aver subíto colpi molto duri - più
di qualsiasi altro il sequestro di Aldo Moro, lo sterminio della sua
scorta e infine la sua feroce soppressione ; lo ha sconfitto restando
sul terreno della democrazia e dello Stato di diritto, e senza concedere
alle Brigate Rosse il riconoscimento politico di controparte in guerra
che esse pretendevano.
Bisogna rendere omaggio a quanti si sono battuti con tenacia fino a
cogliere successi decisivi : a quanti vi hanno contribuito nel campo
delle forze politiche - in seno al governo e in Parlamento - nel mondo
sociale e culturale, e con coraggio, in prima linea, anche a rischio
della vita, nella magistratura e nelle forze dell'ordine.
La prova è stata ardua, terribilmente dolorosa, e non può considerarsi
del tutto conclusa, o conclusa una volta per tutte. Di qui l'appello
alla vigilanza e alla severità.
Per nessuno la prova è stata così dura come per i famigliari delle
vittime. E la prova più alta - lo ha detto con parole bellissime nel suo
libro Mario Calabresi - è stata quella di far crescere i figli liberi
dal rancore e dall'odio, di "scommettere tutto sull'amore per la vita",
di guardare avanti "nel rispetto della memoria". Purtroppo questo
rispetto è spesso mancato, e proprio da parte di responsabili delle
azioni terroristiche.
D'altronde, non pochi tra loro sono rimasti reticenti, anche in sede
giudiziaria, e sul piano politico hanno ammesso errori e preso atto
della sconfitta del loro disegno, ma non riconoscendo esplicitamente la
ingiustificabile natura criminale dell'attacco terroristico allo Stato e
ai suoi rappresentanti e servitori. Lo Stato democratico, il suo sistema
penale e penitenziario, si è mostrato in tutti i casi generoso : ma dei
benefici ottenuti gli ex terroristi non avrebbero dovuto avvalersi per
cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti,
tentare ancora subdole giustificazioni. Mi ha colpito e indignato
leggere giorni fa l'intervista di un ex brigatista, lo stesso che un
anno fa raccontò con agghiacciante freddezza come aveva ammazzato Carlo
Casalegno e che ora ha detto di provare "rammarico per i famigliari
delle vittime delle BR", ma aggiungendo di aver dato per scontato che
"quando si fanno azioni di un certo tipo" accade di "dare dei dispiaceri
ad altri". No, non dovrebbero esserci tribune per simili figuri.
Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha il diritto di
reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai
dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali. Così
come non dovrebbero dimenticare le loro responsabilità morali tutti
quanti abbiano contribuito a teorizzazioni aberranti e a campagne di
odio e di violenza da cui sono scaturite le peggiori azioni
terroristiche, o abbiano offerto al terrorismo motivazioni, attenuanti,
coperture e indulgenze fatali.
Queste sono le ragioni per cui si doveva e si deve dar voce non a chi ha
scatenato la violenza terroristica, ma a chi l'ha subita, a chi ne ha
avuto la vita spezzata, ai famigliari delle vittime e anche a quanti
sono stati colpiti, feriti, sopravvivendo ma restando per sempre
invalidati. Si deve dar voce a racconti di verità sugli "anni di
piombo", ricordando quelle terribili vicende come sono state vissute
dalla parte della legge e dello Stato democratico, dalla parte di
un'umanità dolorante. E a questa parte, ai famigliari delle vittime, a
tutti i colpiti dallo stragismo e dal terrorismo lo Stato deve restare
vicino, anche garantendo l'attuazione di leggi come quella del 2004.
Solo così, con questo rispetto per la memoria e con questa vicinanza
alle persone che hanno sofferto, si potrà rendere davvero omaggio al
sacrificio di tanti. E' qui il significato del 9 maggio "Giorno della
memoria" che oggi insieme celebriamo.
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