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di Aiviter
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Iniziative attuali
Dal blog dell’editore
Rubettino
LETTERA DEL PRESIDENTE AIVITER AL PROF. ORSINI
"le narrazioni delle vittime sono indispensabili per fondare
l’analisi del terrorismo su basi scientifiche"
Lettera del Presidente dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo
Caro Alessandro Orsini,
Vorrei esprimerle il mio apprezzamento per le sue importanti ricerche
sul terrorismo che abbiamo potuto conoscere a Torino quando,
intervenendo al nostro Convegno internazionale dello scorso novembre, ha
parlato del Suo libro sulle Brigate Rosse, meritando e suscitando
un’attenzione particolare da parte nostra.
Vorrei altresì ringraziarla per aver accettato di collaborare al gruppo
di lavoro “La Voce delle Vittime” che la nostra Associazione sta
attivando su richiesta della Direzione Generale Affari Interni della
Commissione Europea.
A questo proposito vorrei ricordarle che, nelle polemiche quasi
quotidiane che imperversano sui media relative a vicende di terrorismo
passate e presenti, spesso perdura il silenzio che circonda le nostre
storie e il nostro dolore di vittime.
Dolore che viene rinnovato ed amplificato dalla visibilità mediatica, e
talvolta dalla completa impunità, di cui godono alcuni terroristi:
quelli irriducibili. La verità che occorre ogni tanto ricordare è che i
terroristi non sarebbero così noti se non avessero ucciso. È alle loro
vittime che devono il loro successo. Ma questo paradosso, nella
maggioranza dei casi, continua a non imbarazzarli minimamente.
Da parte nostra, incapaci di coltivare qualsiasi sentimento di vendetta,
la missione è ben chiara: trasformare il nostro dolore in una voce di
speranza che – forte o flebile che sia – possa contribuire a costruire,
soprattuto verso i giovani, una pedagogia della tolleranza, basata sul
rispetto della vita e del confronto democratico, libero e non violento.
Con viva cordialità.
Avv. Dante Notaristefano, presidente Aiviter
Risposta di Alessandro Orsini
Caro Presidente dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo,
la Sua lettera impone agli studiosi che si occupano di terrorismo di
confrontarsi con il loro ruolo di educatori, oltre che di scienziati
sociali. Su questo punto, non vi possono essere ipocrisie:
l’insegnamento della sociologia presuppone un fascio di principi
educativi che gli studenti sono tenuti ad accogliere prima di entrare in
aula. Proprio all’ingresso della Facoltà di Sociologia di Roma “La
Sapienza”, compare un’epigrafe che recita: “Questa Facoltà ripudia ogni
forma di fascismo e di razzismo”.
Il sociologo deve astenersi dal pronunciare giudizi di valore quando
cerca di comprendere le motivazioni che hanno ispirato l’azione
dell’uomo fascista o del razzista. Questo è certo. Tuttavia, l’impresa
sociologica – tale è il significato dell’epigrafe − presuppone
l’istituzionalizzazione della pedagogia della tolleranza, che trova uno
dei suoi pilastri fondamentali nel ripudio della violenza come mezzo per
affermare le proprie idee.
Ebbene, la cultura politica brigatista, che indica nell’omicidio
politico la via maestra per imporre la concezione comunista del mondo,
non è compatibile con l’etica della scienza. Roberto Ruffilli,
professore di Scienza politica, fu ucciso perché le sue idee sulle
riforme istituzionali non piacevano ai brigatisti rossi. Il 16 aprile di
ventiquattro anni fa, due brigatisti travestiti da postini suonarono
alla porta di casa di Ruffilli, lo trascinarono nel suo studio, lo
costrinsero a inginocchiarsi mentre disperatamente si dimenava, e gli
spararono tre colpi in testa (1988). Ruffilli fu ucciso dopo essere
rientrato a casa da un convegno di studi. Massimo D’Antona fu ucciso
mentre si recava a piedi all’Università per svolgere i suoi doveri di
professore. Fu ucciso proprio davanti alla Facoltà di Sociologia, il 20
maggio 1999, perché i brigatisti rossi non condividevano le sue idee
sulle politiche del lavoro.
Il brigatista rosso, uccidendo, estingue per sempre la libertà di
esprimersi della sua vittima e priva altre persone della libertà di
parola, terrorizzandole. Lottare per una società più libera, privando
gli altri della libertà di esprimersi: nessun brigatista rosso è mai
riuscito a sciogliere questa contraddizione.
La voce delle vittime è indispensabile nello studio sociologico del
terrorismo perché soltanto le vittime sono in grado di descrivere il
tipo di azione in cui culmina la pedagogia dell’intolleranza. Attraverso
il ricordo delle frasi e dei gesti dei terroristi, le vittime ci aiutano
a ricostruire le categorie cognitive attraverso cui i brigatisti rossi e
i brigatisti neri definiscono la realtà e il rapporto con l’altro. Ecco
perché, da studioso del terrorismo, ho accolto l’invito a partecipare al
gruppo di lavoro “la voce delle vittime” che la Sua associazione sta
attivando su richiesta della Commissione Europea. Nella mia prospettiva
di ricerca, le narrazioni delle vittime sono indispensabili per fondare
l’analisi del terrorismo su basi scientifiche.
Per dare concretezza al mio discorso, ricordo l’irruzione di un gruppo
di terroristi rossi di Prima Linea in un istituto pieno di studenti, che
ho potuto ricostruire intervistando una vittima del terrorismo. Questa
testimonianza, sottoposta ai dovuti riscontri e con l’ausilio di altre
fonti, ci aiuta a comprendere l’universo mentale di coloro che ho
proposto di chiamare i “purificatori del mondo”.
Era l’11 dicembre 1979, quando dodici terroristi rossi occuparono
l’Istituto di Amministrazione Aziendale di Via Ventimiglia a Torino, tra
le 15 e le 15,45. Quasi duecento ostaggi − tra studenti, professori e
personale non docente − furono radunati nell’aula magna per ascoltare
queste parole: “Bravi coglioni, bella scuola di merda frequentate! Noi
siamo venuti per punire il vostro desiderio di studiare per diventare
classe dirigente e godervi gli agi della società borghese”. Terminato il
proclama rivoluzionario, misero al muro cinque studenti e cinque
professori e spararono due colpi di pistola nelle gambe di ognuno.
Andarono via minacciando di morte tutti coloro avessero perseverato
negli studi.
È soprattutto ricostruendo le cosiddette uccisioni “minori”, e
ascoltando le narrazioni delle vittime sopravvissute, che noi possiamo
comprendere il terrorismo come prassi quotidiana. Per lo studioso che si
richiami alla prospettiva teorica di Raymond Boudon, il problema rimane
quello di comprendere le motivazioni che hanno ispirato l’azione del
terrorista. Un’impresa sociologica che non può essere condotta
proficuamente senza tenere in considerazione le narrazioni delle
vittime: le uniche ad avere osservato ciò che i terroristi concretamente
facevano.
Alessandro Orsini
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