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Rete Europea LE
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Intervento di Luca
Guglielminetti, consulente Aiviter per la comunicazione e le relazioni
internazionali: Il ruolo delle vittime. I problemi in
Italia tra testimonianza delle vittime e apologia dei terroristi. Il
segreto di Stato: un problema internazionale.
RASSEGNA STAMPA

- da La Stampa del 10 Marzo 2012:
Bruxelles ricorda Lamolinara ma l'Italia
lascia i posti vuoti EU Day for the Remembrance of Victims
of Terrorism: Statement from EU Commissioner Cecilia Malmström ->
vedi comunicati in inglese |
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Eventi
9 marzo 2012: VIII Giornata Europea in ricordo delle Vittime del
Terrorismo



In primo piano da destra: Adriano Sabbadin, Maurizio Campagna
e Alessandro Santoro
L'intervento di Aiviter
Il figlio del Procuratore Generale di Genova ucciso con la
scorta dalla Brigate Rosse nel 1976, membro del Direttivo
Aiviter, è intervenuto alla Commissione Euroepa di Bruxells in
occasione della VIII Giornata Europea.
Il ruolo della vittima del terrorismo nella prevenzione
della radicalizzazione che conduce al terrorismo: un
testimonianza italiana
Saluto tutti i convenuti, e ringrazio di cuore per l'opportunità
concessami oggi di portare una mia personale testimonianza a
questa assemblea
Mi chiamo Massimo Coco, sono il figlio di Francesco Coco,
magistrato, procuratore generale della Repubblica a Genova,
assassinato l'otto giugno del 1976 da un commando terrorista
delle Brigate Rosse, a pochi passi da casa. Nell'attentato
morirono accanto a lui un brigadiere di pubblica sicurezza,
Giovanni Saponara, e un appuntato dei carabinieri, Antioco
Dejana.
Altri tre uomini di scorta, a bordo di un'auto della polizia di
Stato, furono congedati da mio padre pochi istanti prima, e
scamparono miracolosamente all'agguato.
Fu il primo assalto mortale alle Istituzioni, l'inizio del
cosiddetto attacco al cuore dello Stato.
Io avevo quindici anni, ne avrei compiuti sedici pochi giorni
dopo; il mio sedicesimo compleanno coincise con la cerimonia di
tumulazione di mio padre nel cimitero genovese di Staglieno.
Si calcola che almeno venti persone dovessero far parte del
gruppo di fuoco di quel giorno, considerando anche il fatto che
era stato programmato l'annientamento di una scorta armata.
Ma nessuno ha pagato per quei tre morti, e a trentasei anni
dall'agguato non conosco ancora il nome dell'assassino di mio
padre. Conosco il nome di chi sparò all'autista che guidava
l'auto di servizio, il povero Dejana; in abiti borghesi, inerme
e disarmato, Dejana attendeva nell'auto il rientro del collega,
e in un luogo lontano dall'altra scena del delitto; ma gli
spararono comunque e a bruciapelo, per eliminare un simbolo,
semplicemente perché avevano visto in lui il servo di un
servitore dello Stato.
Numerosi testimoni oculari identificarono l'assassino, che fu in
seguito arrestato; ma poi ritrattarono tutti, perché minacciati,
e quell'uomo venne assolto. Alcuni di loro ci telefonarono,
piangendo e chiedendo perdono per la viltà di quel gesto. Ma
come dargli torto?
Il clima di quegli anni nel nostro Paese era terrificante,
inimmaginabile. Qualche esempio: nelle basi operative dei
terroristi genovesi, erano state rinvenute più di tremila
schede, precise fino al dettaglio, dove venivano descritti vita,
abitudini, orari di lavoro, luoghi di frequentazioni e quant'altro
di possibili “obbiettivi militari”, di persone cioè destinate a
essere in qualche modo colpite. In un'epoca in cui non
esistevano telefonia mobile, fotocamere e cineprese digitali,
personal computer, questo significava potersi organizzare con
una rete capillare e gigantesca di informatori, ovvero poter
contare nel sostegno di un'area sterminata di contiguità,
complicità, logistica.
In una di quelle schede c'erano appuntati anche gli orari delle
mie lezioni al Conservatorio, non so per quale uso o progetto;
ma io stesso, quindicenne, avevo dignità di scorta armata,
durante i miei spostamenti programmati. E ancora: quando le
Brigate Rosse decisero la condanna a morte di mio padre, come
loro consuetudine stilarono un lungo documento, contenente la
sentenza del processo istruito dal loro autoproclamato
“tribunale del popolo”. Quel documento fu portato al Liceo dove
studiavamo io e le mie due sorelle, e “recapitato” facendolo
trovare direttamente sul banco della mia sorella maggiore.
Questo era il clima in Italia, in quegli anni.
Ma non starò a parlare qui del dolore, del senso di abbandono,
del risentimento, delle quotidiane battaglie di tutte le vittime
del terrorismo contro una burocrazia statale perennemente
ostativa verso i nostri diritti, di tutte quelle cose insomma
che credo esservi purtroppo ben note.
Io nella vita faccio il musicista, sono un violinista, e ho una
cattedra al Conservatorio statale di musica. Sono tornato come
insegnante proprio nella scuola dove ho compiuto i miei studi
musicali, il Conservatorio Nicolò Paganini, nella mia città
natale, Genova. In quella stessa scuola dove andavo scortato
dalla polizia.
Ed è proprio di una mia particolare esperienza da insegnante,
che vi vorrei parlare oggi.
La scuola dove insegno sembra un'isola felice, una splendida
villa antica immersa in un parco di alberi secolari; invece
racconta storie drammatiche, di cui, non lo nascondo, avverto il
peso ad ogni lezione. In quella villa, nell'immediato
dopoguerra, grazie ad un ufficio consolare argentino che vi era
stato collocato prima che diventasse una scuola di musica, hanno
ottenuto i documenti falsi utili all'espatrio molti tra i più
feroci criminali nazisti; Mengele, Eichmann, Priebke, Pavelic,
gli assassini più ricercati del pianeta hanno avuto una nuova
identità utile all'impunità proprio nei locali dove io e i miei
colleghi oggi insegniamo musica; difficile non avvertire il peso
di quella memoria.
Ma altre storie si raccontano intorno alla villa del
Conservatorio, più personali, forse; e infatti per me è come una
specie di memoriale a cielo aperto; via Rivoli, a pochi passi
dal cancello del parco della villa, due carabinieri assassinati,
uno ferito; poco più avanti, la facoltà di ingegneria: il parco
prospiciente porta il nome di un caduto delle forze dell'ordine,
vittima del terrorismo, conosco bene la vedova; ancora pochi
passi, via Dejana, è la strada dedicata all'autista di mio
padre, quante volte ho parcheggiato lì la mia automobile;
venendo con l'autobus, invece, si può scendere alla fermata dove
fu assassinato dalle Brigate Rosse un commissario di polizia;
andando verso il mare, incontro l'incrocio dove fu rapito un
magistrato, sempre dalle Brigate Rosse, e ancora più avanti lì
dove un amico fu ferito alle gambe, e fu reso invalido; e dalle
finestre della villa posso vedere anche gli alberi del parco
pubblico dedicato alla memoria di mio padre, e potrei ancora
continuare.
Ho provato a chiedere ai miei studenti cosa conoscessero di
queste storie del dopoguerra, cosa sapessero della fuga di quei
criminali, e cosa dicessero loro tutte quelle lapidi, quei nomi
là intorno.
Silenzio.
Con mia grande sorpresa, nessuno di loro conosceva nemmeno
qualcosa del vissuto del loro insegnante, nulla sull'assassinio
di mio padre e dei due agenti di scorta, immaginarsi del resto.
La reazione sembrava di disinteresse, percepivo in loro quasi
fastidio, per quella mia digressione extra-musicale che aveva
interrotto la loro lezione.
Ma al nostro incontro successivo, nuova sorpresa, quasi da
commuoversi. Né fastidio né disinteresse, era solo il pudore
dell'ignoranza.
Ognuno di loro si era meticolosamente preparato su tutto, sulle
storie dentro e fuori della nostra scuola; su mio padre,
sull'agguato dove aveva trovato la morte, e così per gli altri
caduti, e anche sulla fuga dei nazisti, su ogni cosa. Ognuno di
loro mi mostrava, e con malcelato orgoglio, come era stato
capace di aggiornarsi in fretta.
Quel giorno ho ricevuto io una lezione, mai sottovalutare i più
giovani, spesso sono come un campo aperto, fertile, inesplorato.
Bisogna arrivare lì prima dei “cattivi maestri”, questo sì;
dobbiamo essere noi i più veloci a passare in mano loro il
testimone della memoria storica, loro lo riceveranno volentieri,
poi ci dimostreranno di avere le energie per correre più
velocemente.
Non ho l'illusione di poter relegare per sempre il terrorismo
nei libri di storia, e di non doverne più leggere nella cronaca
quotidiana. Il terrorismo purtroppo è un fenomeno criminale
camaleontico, sa trasformarsi, ammodernarsi, insinuarsi nelle
democrazie anche le più avanzate, così come i peggiori parassiti
scelgono spesso i corpi più sani, per annidarsi.
Ma che le nuove generazioni siano perlomeno preparate a
combatterlo meglio di quanto non siamo stati capaci di farlo
noi, questo è giusto pretenderlo.
Massimo Coco
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