La nostra Associazione parteciperà ai lavori del Simposium di
supporto alle vittime del terrorismo organizzato dalle Nazioni
Uniti a New York il 9 settembre:

Comunicato del 06/09/2008
Documenti correlati:

Adriano Sofri
su Il Foglio, nella sua rubrica 'Piccola Posta' dell'11 settembre 2008,
attaccò l'articolo di Mario Calabresi riportato qui a fianco e nacque un'aspra
polemica sui quotidiani: AIVITER scrisse il testo "Sofri
e gli altri" ripreso da La Stampa il 25/09/2008 nelle pagine
delle opinioni
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Iniziative attuali
LA PAROLA ALLE VITTIME
Repubblica — 10 settembre 2008
pagina 1 sezione: R2
L' Onu cerca da anni una definizione condivisa
di terrorismo. E per trovarla ieri, alla vigilia
dell' 11 settembre, ha convocato le vittime,
arrivate da ogni angolo del pianeta: da
Gerusalemme, da Beslan, dal Kenya. E dall'
Italia. Ecco i loro racconti. Una donna africana
con un vestito rosso e un braccialetto di gomma
azzurra parla lentamente e piange: «Osama Bin
Laden ha usato la mia vita e ha il sangue dei
miei colleghi per presentarsi al mondo, per
farsi conoscere». Si chiama Naomi Kerongo, viene
da Nairobi, dieci anni fa mentre andava a
lavorare venne investita dall' esplosione dell'
ambasciata americana in Kenya. Morirono 200
persone, lei si salvò ma quando uscì dall'
ospedale, dopo due anni, aveva perso il lavoro,
la casa e i suoi cinque figli vivevano in una
baracca. Anche Ingrid Betancourt, la donna che
ha passato 2321 giorni nella foresta colombiana
ostaggio delle Farc, e che le è seduta di
fronte, ha il braccialetto azzurro. Sopra c' è
scritto "Remember" e "Hope" e ci sono due
numeri: 9/11. «Ricorda e spera»: è il motto che
ha scelto Alex Salamone che aveva sei anni
quando il padre John fu ucciso alle Torri
Gemelle nel 2001 e decise che voleva inciderlo
su un pezzo di gomma azzurra che tutti quelli
che gli volevano bene avrebbero indossato. Da
allora decine di migliaia di americani ce l'
hanno, da ieri lo hanno messo al polso anche il
segretario generale delle Nazioni Unite Ban
Ki-moon, la maestra della scuola di Beslan che
vide i suoi scolari massacrati, lo sposo che
perse 27 amici e parenti nell' esplosione dell'
hotel in cui stava festeggiando il suo
matrimonio, un attore australiano che vagò per
giorni sulla spiaggia di Bali per cercare i
resti di sua madre e della sorellina di 13 anni,
e altre 23 persone arrivate da tutto il mondo.
L' Onu da anni discute per trovare una
definizione di terrorismo, un' impresa che
appare impossibile per le divisioni tra Israele
e i Paesi arabi, ma all' unanimità i 192 governi
che siedono nel Palazzo di Vetro hanno trovato
il modo di fare un passo in avanti: riconoscere
le vittime. Così a metà dell' estate ho ricevuto
insieme ad una cinquantina di persone una
lettera di Ban Ki-moon che invitava a
partecipare al primo "Simposio di supporto alle
vittime del terrorismo". Un meeting supportato
da Italia, Spagna e Gran Bretagna. A me hanno
chiesto di raccontare come un figlio che ha
perso il padre (il commissario Luigi Calabresi
ucciso il 17 maggio del 1972) può ritrovare la
forza di vivere e di coltivare la memoria. E'
nato un esperimento per provare a sensibilizzare
i governi, a costruire una rete globale e ad
indicare dei diritti e delle necessità (mediche,
psicologiche, economiche) che hanno valore
universale. "Per molti anni ci siamo occupati
più della voce dei terroristi che di quella
delle vittime", esordisce il segretario generale
dell' Onu, che chiede uno sforzo per riconoscere
i bisogni delle vittime e per combattere la
"spersonalizzazione che cancella la memoria di
chi è stato ucciso". Uno sforzo che secondo
Ingrid Betancourt, arrivata a New York insieme
alla figlia, deve partire dai mezzi di
comunicazione: "Non lasciamo che le vittime
diventino solo un' altra statistica, è cruciale
che i media raccontino la distruzione del
terrorismo sulle vite umane, che raccontino
quell' istante in cui si perde tutto, si entra
in un' altra dimensione". Per ore si intrecciano
storie solo apparentemente lontanissime tra
loro. Un ragazzo indiano, che viene da un
piccolo villaggio agricolo, parla del padre
ucciso nel 1995 da un gruppo estremista mentre
aiutava i contadini predicando la non violenza.
E della mamma "in agonia mentale da 13 anni". Il
suo racconto, anche se non lo può immaginare, è
uguale a quello di molti figli delle vittime
delle Brigate Rosse quando parlano delle madri
rimaste vedove. Ma non c' è mai compiacimento,
ma una dignità fortissima, come sottolinea
Arnold Roth che il giorno di Ferragosto del 2001
ha perso la figlia Malki, 15 anni, saltata in
aria quando un kamikaze entrò nel ristorante di
Gerusalemme dove stava mangiando: "Le vittime
del terrorismo non sono persone migliori di
altre, ma sono state rubate alla società, rubate
alle vite che avevano". Parla di chi è morto, ma
anche di chi è sopravvissuto, e della necessità
di andare avanti senza coltivare il rancore, per
questo ha dato vita ad un associazione che porta
il nome della figlia e assiste ragazzi disabili
di tutte le religioni. Carie Lemack, la ragazza
di Boston che ha regalato a tutti il
braccialetto azzurro, ha perso la madre Judy l'
11 settembre: "Era uscita quella mattina all'
alba per un viaggio di affari a New York, era
sul volo American Airlines numero 11, e la sua
vita è finita al World Trade Center. Le vittime
vanno ricordate per quello che sono state, per
la vita che hanno avuto, non come un nome su una
lapide". E' quello che aspettavo di sentire e
che cerco di spiegare: "Il terrorismo, ad ogni
latitudine e in ogni tempo, ha bisogno di
trasformare le persone che colpisce in dei
simboli, spersonalizzandole. Ma le vittime non
sono oggetti, palazzi, monumenti, automobili o
aeroplani, ma sono persone che stavano andando a
lavorare, correvano da un medico, facevano la
spesa in un mercato, aspettavano un autobus,
portavano i figli a scuola. Sono donne e uomini
che stavano vivendo la loro vita e non erano in
guerra con nessuno. Per aiutare le società a
capire quanto sia mostruoso togliere la vita ad
un essere umano in nome di un' idea, di
qualunque tipo, bisogna restituire alle vittime
la loro identità. Devono tornare ad essere
persone". Laura Dolci aveva un bambino di tre
settimane quando il marito Jean Kanaan morì
nell' esplosione del quartier generale dell' Onu
a Bagdad nell' agosto del 2003. Parla del suo
isolamento, ma scopre che non è sola e cerca
speranza per crescere il figlio. Passano le
storie e si vedono anni di titoli di giornale,
immagini sepolte nella memoria che ci hanno
riempito di angoscia ma poi sono scivolate via:
le bombe a Londra sugli autobus e nella
metropolitana, le stragi in Algeria, la scuola
di Beslan, il sangue sulla spiaggia di Bali, le
vittime dell' Ira e dell' Eta in Irlanda del
Nord e Spagna, il nostro terrorismo e perfino il
gas Sarin nella metropolitana di Tokio. Un
professore giapponese che partecipa ai lavori,
Nozomu Asukai, specialista negli studi sulle
malattie psicologiche da stress post traumatici
sostiene che le vittime del terrorismo hanno
traumi simili a chi resta sotto un terremoto.
Aleta Gasinova, insegnante, che nel settembre
del 2004 entrò nella scuola di Beslan per stare
con le sue due figlie Amina e Saneta (che
avevano 7 e 9 anni) non riesce ancora a
trattenere i singhiozzi: "Era impossibile
aiutare gli scolari e non c' è nulla di peggio
che non poter aiutare i bambini". Ne morirono
396. Torna in mente il bagliore dell' hotel
Radisson di Amman: era il novembre del 2005 e
tutto il mondo vide una festa di matrimonio
squarciata dall' esplosione di un kamikaze.
Ashraf era lo sposo: "Non sono una vittima, sono
un sopravvissuto. In quello che doveva essere un
giorno di felicità ho perso mio padre, i
genitori di mia moglie e i miei migliori amici".
Scuote la testa in continuazione e sullo schermo
passano le foto della sposa con l' abito bianco
e poi in un letto d' ospedale con la testa
bendata. I delegati di tutti i Paesi ascoltano
in silenzio, Ban Ki-moon ha spiegato di "aver
fatto di tutto perché la politica non inquinasse
l' evento". Non ci sono contestazioni, ma l'
ambasciatore palestinese ci tiene a prendere la
parola: "Sentiamo la vostra pena e siamo con
voi, ma anche con le migliaia che non sono qui,
anche con le vittime palestinesi. Perché
uccidere ogni civile innocente è terrorismo". E
racconta la sua spoon river, fatta di bambini
palestinesi uccisi o rimasti orfani per i
missili israeliani. Vicino al nome di ogni
partecipante una data e un' ora, quella in cui
"la vita è cambiata per sempre": "Niente ci può
riportare al giorno prima dell' esplosione -
conclude Naomi Kerongo - non ci possono
restituire le vite, le persone o quello che
eravamo, ma si può provare a ricordare, a
ricostruire e a sperare". -
MARIO CALABRESI
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