
La Locandina del docufilm
Regia:
Giovanna Gagliardo
Anno di produzione:
2009
Durata: 95'
Tipologia:
documentario
Genere: sociale
Paese: Italia
Produzione:
Rai
Cinema,
OffSide;
in collaborazione con
Rai
Teche
Formato di proiezione:
Digibeta PAL, colore e bianco/nero
Ufficio Stampa:
Lucrezia Viti
Titolo originale:
Vittime - Gli “Anni di Piombo”
PROMUOVI IL FILM SU FACEBOOK
Sinossi: Il
documentario “Vittime”, realizzato su iniziativa dell’AIVITER
(Associazione Italiana Vittime del Terrorismo) è stato ideato con
l’obiettivo di ricostruire gli anni del terrorismo nel nostro Paese.
Trent’anni della nostra storia raccontati in un percorso a ritroso che
parte dal 2003 – nel giorno dell’uccisione dell’agente di Polizia
ferroviaria Petri – e si conclude il 12 dicembre 1969 con la strage di
Piazza Fontana a Milano. Con un’idea su tutte: restituire la memoria ai
sopravvissuti, ai familiari e alle vittime del terrorismo.
Sono state raccolte una ventina di testimonianze che, con l’aiuto e il
supporto visivo dei notiziari di allora, ricostruiscono i fatti e la
memoria di quelle tragiche giornate.
Percorsi personali, quasi privati, che ci restituiscono, insieme alle
personalità, i progetti e le idee degli uomini e delle donne a cui è
stata spezzata la vita; il dolore e il lutto dei parenti, la loro
solitudine, e la coscienza certa che il loro destino è un fatto che
riguarda tutti noi.
"Vittime - Gli “Anni di
Piombo”" è stato sostenuto da:
Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC)
(Direzione Generale per il Cinema) |
|
Iniziative attuali
"VITTIME": rassegna stampa
-
da Il Giornale venerdì 11 dicembre 2009, 07:00
Arriva «Vittime» (ma non nei cinema) Il terrorismo
visto dalla parte giusta
di Pedro Armocida
Roma. Vittime, il documentario di Giovanna Gagliardo presentato ieri
nella sede della Direzione generale per il cinema del ministero dei
Beni Culturali, riduce un vuoto, comunque incolmabile, dal punto di
vista dei familiari delle vittime del terrorismo. Il vuoto è quello
storico-cinematografico, che a parte gli episodici Guido Rossa che
sfidò le Brigate rosse di Giuseppe Ferrara e, tangenzialmente, La
seconda volta di Mimmo Calopresti, non aveva ancora saputo dare voce
alle vittime degli anni di piombo. Ci pensa ora questa docu-fiction
realizzata su iniziativa dell'Aiviter (Associazione italiana vittime
del terrorismo), prodotta da Rai Cinema in collaborazione con Rai
Teche e la Offside Film, e fortemente voluta dal ministro dei Beni
culturali Sandro Bondi che l'ha finanziata con 300mila euro dopo le
polemiche nate sull'onda della presentazione nell'estate del 2008 di
un altro documentario, Il sol dell'avvenire di Gianfranco Pannone
sulla nascita delle Brigate Rosse, definito a suo tempo addirittura
«offensivo nei confronti delle vittime». Come se non bastasse c'è
stato poi anche il caso del discusso La prima linea di Renato De
Maria.
La presentazione ora di Vittime, che verrà proiettato domani al
Piccolo Teatro di Milano in occasione della riapertura della sede
storica di Via Rovello e a conclusione di una giornata interamente
dedicata alla commemorazione della strage di Piazza Fontana, sembra
proprio fare da contraltare ai due precedenti filmici. «In realtà -
spiega Gaetano Blandini direttore uscente della Direzione generale
per il cinema (è stato nominato direttore della Siae) - non si
tratta d'una risposta polemica. Il documentario è nato nel corso di
un'audizione straordinaria della commissione ministeriale che
valutava il progetto di La prima linea quando le maggiori
associazioni delle vittime del terrorismo chiesero in quella sede
perché non venisse realizzato un film dal punto di vista delle
vittime.
Il produttore Occhipinti e lo sceneggiatore Petraglia risposero che
avrebbero portato volentieri sul grande schermo il libro di Mario
Calabresi Spingendo la notte più in là (comunque intervistato in
Vittime), ma l'autore non aveva intenzione di cederne i diritti.
Proposi allora a queste associazioni di farsi promotrici di progetti
che avremmo preso in considerazione e proprio l'Aiviter, con il suo
ricco archivio, si è fatta avanti».
Quasi naturale poi la scelta di affidare il documentario alla brava
Giovanna Gagliardo che nel suo lavoro precedente, Bellissime, aveva
già intervistato Gemma Calabresi, la vedova del commissario ucciso a
Milano: «Un incontro - spiega la regista - che mi ha fatto
riflettere su quanto poco ci siamo interrogati in passato sulle
esistenze delle vittime del terrorismo e sui destini dei loro
familiari. C'è stata una rimozione, ma quelle vicende,
apparentemente personali, riguardano tutti noi, perché perdere un
genitore o un proprio caro a causa del terrorismo è un fatto
pubblico».
Vittime ripercorre a ritroso la recente storia italiana dalla parte
delle vittime (12.770 gli episodi di violenza terroristica con 5390
feriti e 342 morti), dal 2003 quando venne ucciso dalle nuove
Brigate rosse l'agente di polizia ferroviaria Petri al dicembre 1969
con la strage della Banca dell' Agricoltura di Milano.
Unico neo di tutta l'operazione è la diffusione limitata dell'opera
che non si vedrà al cinema, né in dvd (ci sono immagini che non
hanno i diritti di commercializzazione) ma sarà unicamente mostrata
agli studenti delle scuole e delle università. In attesa d'un
auspicato quanto ancora ipotetico passaggio su una rete Rai.
Prossime uscite
Vittime, l'altra faccia del terrorismo
Presentato il documentario di Giovanna
Gagliardo sugli anni di piombo, da piazza Fontana a Marco Biagi
Milano - Direttamente dagli anni piombo (straschi inclusi) ecco
a voi il punto di vista di quelle persone a cui gli attentati
hanno cambiato la vita. Per lotta armata, cinematograficamente
parlando, siamo abituati a pensare ad come atti di pentimento di
ragazzi che credevano di cambiare il mondo, ma finito il sogno
si sono ritrovati solo un numero di anni di galera da
dover scontare.
Se il maestro Gaber diceva che la sua 'generazione ha
perso' il documentario di Giovanna Gagliardo "Vittime"
ne è una prova ulteriore: i brigatisti militanti sono realmente
arrivati dritti alla pazzia in un punto non definito del primo
lustro degli anni 70; la carellata di visi e di testimonianze di
mogli, figli o affini, sapientemente montati con immagini di
archivio rai, rende il punto di vista delle vittime molto più
chiaro, fosse solo da un punto di vista divulgativo e questo
risulta essere il maggior pregio di tutta l'opera.
Questa docu-fiction è stata realizzata su iniziativa dell’Aiviter
(Associazione italiana vittime del terrorismo), prodotta da Rai
Cinema in collaborazione con Rai Teche e la Offside Film, e
fortemente voluta anche dal ministro dei Beni culturali Sandro
Bondi, che l’ha finanziata con 300mila euro dopo le polemiche
nate sull’onda della presentazione nell’estate del 2008 di un
altro documentariosulla nascita delle Brigate Rosse, "Il sol
dell’avvenire" di Gianfranco Pannone, definito a suo tempo
addirittura "offensivo nei confronti delle vittime". Come se non
bastasse c’è stato poi anche il caso del discusso La prima linea
di Renato De Maria.
L'esigenza di dare una voce a chi non pare averla, quasi, mai
avuta è cresciuta ed è ovviamnete corretto pensare che il
solo basarsi su fatti di cronaca realmente accaduti,
andando poi a sincerarsi di quale sia il risultato di un
invasione brusca da parte delle organizzazioni terroristiche
nelle vite di cittadini comuni, sia la conseguenza ovvia di una
monopolizzazione a tratti romanzata che in questi anni ci è
arrivata dalla
penna di sceneggiatori o scrittori che tendevano a dare
esclusivamente una versione dell'accaduto, essendo a tratti
eccessivamente buonisti, quasi un po' nostalgici.
"In realtà - ha spiegato Gaetano Blandini direttore uscente
della Direzione generale per il cinema (è stato nominato
direttore della Siae) - non si tratta d’una risposta polemica. Il
documentario è nato nel corso di un’audizione
straordinaria della commissione ministeriale che valutava il
progetto di La prima linea quando le maggiori associazioni delle
vittime del terrorismo chiesero in quella sede perché non
venisse realizzato un film dal punto di vista delle vittime. Il
produttore Occhipinti e lo sceneggiatore Petraglia risposero che
avrebbero portato volentieri sul grande schermo il libro
di Mario Calabresi "Spingendo la notte più in là"
(comunque intervistato in Vittime), ma l’autore non aveva
intenzione di cederne i diritti. Proposi allora a queste
associazioni di farsi promotrici di progetti che avremmo preso
in considerazione e proprio l’Aiviter, con il suo ricco
archivio, si è fatta avanti".
Giovanna Gagliardo, visti i suoi precedenti lavori sembrava
essere la persona nmigliore a cui affidare la regia. La
Gagliardo aveva già intervistato Gemma Calabresi, la
vedova del commissario ucciso a Milano: "Un incontro - ha
spiegato la regista - che mi ha fatto riflettere su quanto poco
ci siamo interrogati in passato sulle esistenze delle vittime
del terrorismo e sui destini dei loro familiari. C’è stata una
rimozione, ma quelle vicende, apparentemente personali,
riguardano tutti noi, perché perdere un genitore o un
proprio caro a causa del terrorismo è un fatto pubblico".
Nonstante come la si possa pensare una storia che conta 12.770
episodi di violenza terroristica con 5390 feriti e 342 morti
vale la pensa di essere acoltata da più campane.
Paolo Quaglia
- da Il Fatto Quotidiano del 10-12-2009
Vittime dimenticate
di Malcom Pagani
Piazza Fontana 40 anni dopo: In un documentario di Giovanna
Gagliardo le storie cancellate dei bersagli innocenti
C'erano progetti e viaggi da affrontare,
famiglie da riunire, figli da crescere e fotografie da conservare,
nelle vite interrotte dalla violenza e dalla follia. Giovanna
Gagliardo, documentarista, ha sessantasei anni. E' nata nelle terre
di Fenoglio, ha trasportato una partigianeria non partigiana alla
ricerca delle ragioni che all'improvviso, spinsero volti e pensieri
normali nell'angolo stretto dell'anormalità.
"Vittime " è qualcosa di più di un film, un salto nell'abisso degli
anni '70. Un'immersione nel dolore sordo e silenzioso degli
innocenti che sentirono fischiare sulla loro pelle il vento di una
rivoluzione al contrario. Giovanna si è rimessa a pensare alla
strage di Piazza Fontana, piombata al termine di un autunno
caldissimo. E ha messo in fila nomi, ritagli di giornale, memoria
condivisa e divisione mai rimarginata. Piazza Fontana, Peteano,
Piazza della Loggia, Italicus, rapido 904, Bologna.
Undici anni di terrore, boati, servizi deviati, infiltrati,
tassisti loquaci, anarchici malori attivi.
Dodicimilasettecentosettanta episodi di violenza terroristica dal
'69 all'85, oltre cinquemila feriti, 342 morti. Le immagini della
Banca Nazionale dell'Agricoltura, il cratere al centro
dell'edificio, il sangue, le schegge di vetro, le domande inevase,
frammenti di un passato che ci insegue nonostante da quel pomeriggio
prenatalizio, siano passati 40 anni. Il 12 dicembre del 1969,
Giovanna Gagliardo spettava a Roma. Appuntamento amoroso: "Con
l'uomo che sarebbe diventato mio marito". Una cena trasformata nel
rito collettivo di una nazione. Tutti davanti alla tv, per un bianco
e nero gonfio di tetri simbolismi, false notizie, mostri sbattuti in
prima pagina, processi sommari. "L'eco di Milano mi colse nel tardo
pomeriggio. Rimasi attonita per un tempo lunghissimo. Poi aprii la
porta e alla persona che attendevo, spiegai in un'altra lingua a
paura individuale. Ancora non sapevo sarebbe diventata la malattia
senza quartiere, quella di una parte consistente dell'Italia di
allora".
L' altra, è pacifico, intenta a sopravvivere, guardava il fiume
indifferente al quotidiano bollettino di morte. Quattro decenni più
tardi, quando ormai le sigle del terrore hanno scavato nella memoria
goccia dopo goccia, Gagliardo ha radunato i superstiti ed eredi,
incollato le ragioni di tutte le esistenze spezzate in coincidenza
con timer che squassarono membra, edifici e coscienze. Dopo le
impudìche autocelebrazioni di decine di terroristi, le
presentazioni letterarie trasversali (rossi e neri, abbracciati), i
comitati d'opinione unidirezionali, la regista sposta il punto di
vista. Dallo sterminato archivio Aiviter, la banca dati delle
vittime del terrorismo, Gagliardo ha estrapolato le voci meno
conosciute, le lamentazioni senza ugola di tutti quelli costretti a
tenere tra le mura di casa interrogativi, dietrologie e proteste. A
iniziare dagli agenti della
polizia carceraria, nebbia senza valore nell'invisibile, topi da
eliminare nelle segrete in cui i brigatisti arringavano dalle gabbie
e rifiutavano il processo dei tribunali "borghesi". In "Vittime",
"Un film volutamente di parte, senza contraddittorio perchè crediamo
che di fornire platea e risonanza ai non ascoltati, ci fosse estremo
bisogno", come dice Mario Gianani, coraggioso produttore di Vincere
di Marco Bellocchio e di Private di Saverio Costanzo. All'epoca dei
fatti narrati, Gianani era solo un bambino, "ma non mi etichettate
come giovane,
solo in Italia, un signore di quarant'anni è considerato tale". Nel
tono del compagno della Gagliardo nell'avventura sostenuta anche dal
Ministero dei Beni culturali e da Rai Cinema (soldi, ma anche
l'essenziale contributo dello sterminato archivio), brillano lampi
di orgoglio. Racconti in presa diretta come quello dell'anziana
madre di Salvatore Lanza, guardia carceraria uccisa a Torino nel
1978, a 21 anni. "Non si ricordano mai gli agenti di polizia
carceraria vittime del terrorismo, ma sono stati tantissimi",
argomenta con voce roca e pensieri fermi Gagliardo. "Dove c'erano i
grandi processi ed erano rinchiusi i brigatisti, le guardie erano
sotto tiro. Figli del sud, al centro del cuore operaio. Cos'altro
potevano fare calabresi, pugliesi, siciliani, se non entrare in
fabbrica o indossare la divisa?"
La domanda è retorica. "In molti scelsero questa seconda opzione e
estinsero il debito in prima persona". Il 'Pagherete caro caro
tutto' come pedaggio obbligato. Lo scempio di corpi sepolti da
verbosi comunicati di rivendicazioni, la pietà assente, per "i
luridi servi del sistema". "Furono lasciati soli contro un nemico
infinitamente più astioso di quanto loro
stessi potessero immaginare. I riformisti, sempre loro in prima
linea. Galli, Alessandrini, Tobagi, Casalegno. Magistrati,
giornalisti, sindacalisti. Cercavano il dialogo e il compromesso.
Gente che rinnegava l'estremismo e nel solco della tradizione
socialista, cercava alle dinamiche del mondo del lavoro e nei
protagonisti dello scontro in atto, un punto di contatto che per
alcuni suonava inconcepibile". "Volevamo che le testimonianze
componessero un insieme che avesse il respiro di una storia
universale, che sapesse legare ricordo a emozione, intimo a sfera
pubblica".
"Vittime" ci riesce senza effetti speciali. I suoni di Francesco De
Gregori, i versi di una delle sue canzoni più belle "Tutto più
chiaro che qui", le parole stese al sole di un apologo senza boria
che perpetua le sue rifrazioni impedendo al paese intero una
crescita armoniosa. "Come sempre, e in questo gli americani sono
maestri, le storie private danno il senso compiuto di un percorso
generale che ha stordito l'Italia. Le strade accidentateche ho
attraversato, scandagliando dolore e spazi sentimentali custoditi
con amore, non senza provare empatìa con i miei intervistati, si
somigliano tutte.Per anni, l'attenzione è stata fagocitata dai
terroristi, dalla loro sfida cieca, dalle biografie dei guerriglieri
capaci di oscurare completamente la lettura personale delle vittime
e dei loro familiari". Angolo visuale che ha trascinato Gagliardo a
fari accesi nel suo lavoro.
"interessante, terribilmente interessante. La rimozione assoluta di
quell' angolo inesplorato, è un peccato di cui non riesco a fornirmi
valide giustificazioni. Ce ne siamo dimenticati tutti, di questo
piccolo popolo che soffriva disprezzato, tra una corona di fiori e
un invito a tacere".
Per Gagliardo, la questione è ancestrale. "Risale ad Antigone e fa
parte integrante dei doveri di una comunità. Prima ancora di
arrovellarsi sui perchè di un delitto, una Nazione degna di questo
nome, deve pensare a seppellire i morti, a dar loro e agli esseri
umani cui sono stati sottratti senza un saluto, la giusta
consolazione e il doveroso conforto". Niente è stato fatto e chi ha
macchiato il quadro, oggi si occupa di altro. "Delfo Zorzi vive
sereno in Giappone, Franco Freda scrive libri, Giovanni Ventura fa
il ristoratore in Sud America, Tutti con una doppia vita, capaci di
ricreare un universo che alle vittime è stato negato". Così che
Bondi abbia sostenuto il film con convinzione e qualcuno ne abbia
voluto fare strumentalmente, il contraltare a Prima Linea di De
Maria, a Gagliardo interessa relativamente.
"Nessun imbarazzo per il sostegno del Ministero. Mi hanno chiesto di
partecipare a un progetto che approvavo e ho messo a disposizione
impegno e buon senso". Mentre scorrono le immagini degli uomini
caduti per terra e degli omologhi indisposti a guardare, fermarsi,
comprendere, dei funerali blindati e dei morti di serie B, come il
missino Giralucci, ci si sente piccoli. Vittime. Per un momento che
nelle esistenze degli altri, è diventato eterno.
-
da
http://www.fuorilemura.com 21 dicembre 2009
Vittime, filmati per una
ricorrenza storica
di Sonia Cincinelli
L’uscita di Vittime (2009), l’ultimo documentario di Giovanna
Gagliardo, cade in occasione del quarantennale dalla strage di
Piazza Fontana a Milano. Il film realizzato su iniziativa dell’AIVITER
(Associazione Italiana Vittime del Terrorismo), cerca di ricostruire
gli “Anni di Piombo” con le testimonianze di chi del terrorismo è
stato vittima. Il documentario si pone l’obbiettivo di ricostruire,
attraverso il racconto dei familiari delle vittime del terrorismo,
la storia di quegli anni bui, ma ci riesce solo in parte in quanto
gli eventi non sono in ordine cronologico e il focus è troppo sulle
emozioni dei familiari che, per quanto importanti, rendono il
contenuto ripetitivo ed evasivo.
La regista Giovanna Gagliardo dichiara a proposito della sua opera:
“ In novanta minuti era impossibile riuscire a raggiungere tutti i
soggetti meritevoli di attenzione. Per questo ho cercato di
privilegiare le città più colpite dal terrorismo: Milano, Genova e
Torino. Cercando di mettere in evidenza i casi meno noti: le forze
di polizia, le guardie carcerarie, i carabinieri. Naturalmente ho
cercato di trovare la storia o le storie che potessero rappresentare
anche quelle che mancano. E’ stato un lungo viaggio nel tempo per
restituire alla memoria collettiva il punto di vista di tutte quelle
vittime che hanno dovuto portare sulle spalle il peso delle scelte
violente fatte dagli altri”. Le testimonianze che si susseguono sono
di Alma Petri, Marina Orlandi Biagi, Bernadette Costa Cuocolo, Vanna
Marangoni, Piero Costa, Mario Tuttobene, Manlio Milani, Giovanni
Berardi, Franca Saviano Cutugno, Caterina Lanza, Alberto e Giorgio
Ghiglieno e Vittorio Flick. Ed ancora: Rosalia Serravalli,
Alessandra Galli, Antonio Iosa, Giorgio Bazzega, Andrea Briano,
Benedetta Tobagi, Silvia Giralucci, Vittorio Occorsio, Mario
Calabresi e Roberto Prina.
Il documentario non verrà distribuito ma proiettato nelle scuole. E
soprattutto per questo che lo scheletro di quest’opera avrebbe
dovuto avere un excursus storico portante alquanto significativo.
Nel tentativo di mettere tutto nello stesso calderone, come la
destra e la sinistra politica.
La presentazione del film, avvenuta il 10 dicembre 2009 a Roma ha
acceso polemiche durante la conferenza stampa, in quanto sospettata
di essere una pellicola di risposta al film La prima linea (2009) di
Renato De Maria, che vede gli “Anni di Piombo” attraverso gli occhi
dei terroristi. C’è chi in questo film di finzione ha visto
un’esaltazione dei carnefici, ma l’intento del regista, come afferma
la protagonista Giovanna Mezzogiorno, era semplicemente quello di
far conoscere la vita di quei giovani che negli anni Settanta hanno
fatto una scelta estrema, rispetto agli altri loro compagni di
partito. Quelle scelte che portarono a le conseguenze di una guerra
urbana fra civili, e anche per questo molte persone si allontanarono
dalla politica determinando la società che abbiamo oggi. Si è detto
anche che, rappresentare al cinema il carnefice invece che la
vittima renda il tutto più accattivante, ma è anche vero che alla
fine del film di De Maria emerge un Sergio Segio che si prende le
sue responsabilità. Su Vittime invece si tenta di spoliticizzare e
destoricizzare un fatto che ha di politico e storico per antonomasia
. In questi casi non si può evadere i fatti perché si rischia che la
Storia venga meno all’appuntamento con la coerenza e l’obbiettività.
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