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LINK SU MAURIZIO PUDDU:
La sua scheda nella sezione "Memorie"
La sua opera per l'Associazione è descritta e si evince
nella sezione "Iniziative"
La sua preghiera delle vittime del
terrorismo
Leggi il testo
della commemorazione di Maurizio Puddu, che si è svolta il 9
novembre a Torino nella sede del Consiglio regionale
Nei Libri:

Atti del convegno: "Terrorismo e memoria storica. Vent'anni di
solitudine. Il terrorismo e le sue vittime" Torino - 24 ottobre
1998

"Brigate Rosse, ieri e oggi" di Marco Barberis Edizioni Lariane. Libro-conversazione con
Maurizio Puddu Presidente dell'Associazione

Libro di testimonianze di vittime del terrorismo, "Des
Vies Briées", curato dall'Associazione francese S.O.S. Attentats, da cui
è tratto il testo qui accanto |
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MAURIZIO PUDDU
Una presentazione storica del Presidente dell'Associazione dalla sua
fondazione al 2007
Negli periodo 1969-1980 l’Italia era percorsa da forti tensioni
sociali e politiche che generavano manifestazioni, scioperi e scontri. A
questi si aggiunsero trame eversive ed attentati. Di alcuni, gravissimi,
quali le stragi di Milano – dicembre 1969, piazza Fontana, 16 morti e 88
feriti – di Brescia – maggio 1974, piazza Della Loggia, 8 morti e 103
feriti – e di Bologna – agosto 1980, Stazione centrale, 85 morti e 200
feriti –, nonostante processi e sentenze, mai sarebbe stata chiara e
definita la matrice.
Anche la città di Torino viveva gli stessi travagli che erano
particolarmente connotati dalla sua natura di città industriale e di
“laboratorio” di movimenti culturali e sociali. Alle lotte operaie dei
metalmeccanici, si aggiungevano i moti studenteschi e, come per le altre
grandi conurbazioni italiane ma assai più preoccupanti, l’eversione di
nuclei estremisti.
Nel 1977 imperversavano le Brigate Rosse che, proprio in quell’anno,
subivano a Torino il primo processo. Il “nucleo storico” era stato
portato alla sbarra grazie all’opera di uomini coraggiosi quali il
presidente dell’Ordine degli avvocati, Fulvio Croce, che era stato
ucciso a marzo proprio per impedire il processo. Poi era toccato a un
agente della polizia ed altre due vittime sarebbero state trucidate
prima della fine dell’anno. Altre cinque sarebbero state ferite a colpi
di pistola in azioni terroristiche, mentre si contavano numerosissime
aggressioni e attentati di varia natura.
Le forze politiche erano divise e confuse di fronte al fenomeno
terroristico. Quelle di sinistra, in particolare, memori delle prime
stragi ancora di matrice ‘misteriosa’, sospettavano che si trattasse di
azioni architettate da servizi deviati dello stato, oppure da estremisti
di destra che fintamente si richiamavano a teorie marxiste; gli altri
partiti con varie sfumature parlavano di eversione antidemocratica di
sinistra.
Maurizio Puddu, membro del Consiglio provinciale di Torino, era un
esponente politico non di primo piano della Democrazia Cristiana, in
quegli anni partito di maggioranza relativa in Italia. Era stato vice
segretario regionale piemontese ed ex assessore all’Assistenza della
Provincia. Riteneva di non essere particolarmente in vista e di non
correre troppi rischi. Però si esprimeva duramente contro i terroristi
in pubbliche assemblee, auspicando ‘un cordone sanitario attorno ad ogni
grumo di violenza’: “Giudicavo importantissimo – ebbe a spiegare in
seguito – sottrarre i giovani, giustamente impegnati nelle istanze di
rinnovamento della società, all’inganno delle scorciatoie fatte di
distruzioni e scelte nichilistiche, prodromi di ferimenti ed eccidi”.
Dimostrava il civile coraggio della ragione, per gli estremisti era
quindi un obiettivo esemplare e non protetto.
Il 13 luglio Puddu, obiettivo designato delle Brigate Rosse, al termine
di una riunione di consiglio lasciò la sede della Provincia per
rientrare a casa. Ecco come egli stesso descrisse poi gli avvenimenti: “
Avevo appena parcheggiato la vettura vicino al portone d’ingresso e,
chiudendo la portiera, vidi due sconosciuti a tre metri da me che
armeggiavano in una borsa. Ritirai la chiave e, quasi
contemporaneamente, vidi che nelle mani dei due erano apparse due
pistole con i silenziatori. Improvvisamente mi resi conto di quanto
stava per accadere…un attimo dopo sentii una fitta lancinante alla gamba
sinistra. Rimasi paralizzato da terrore, mentre un dolore fortissimo mi
pervadeva tutto. Pure mi scossi, rendendomi conto d’essere divenuto un
bersaglio vivente. Trascinando faticosamente la gamba ferita tentai di
fuggire tra le auto parcheggiate, mentre l’altro brigatista - una donna
– sparava alcuni colpi per intimorire i soldati di una vicina caserma e
le persone che si erano affacciate alle finestre. Una seconda pallottola
mi raggiunse all’addome, inciampai e l’acuta sofferenza mi obbligò ad
accasciarmi sul cofano di un’auto…il sangue usciva copioso da un’arteria
lacerata e le forze mi abbandonarono. Ero ormai debolissimo, scivolai a
terra e vidi chino su di me uno dei killer che gelidamente alzava ancora
la pistola. Implorai ‘per favore basta!’, ma ancora mi raggiunsero altri
colpi, poi svenni”.
In totale furono sparati contro Maurizio Puddu 14 colpi di cui sette a
segno all’addome, alla gamba sinistra e a quella destra. Il commando
delle Brigate Rosse lo azzoppò per invalidarlo, affinché restasse
esemplarmente segnato. Nel macabro rituale dei brigatisti doveva essere
una punizione infamante, divenne invece un segno di forza d’animo e
d’onore.
La vittima entrò in un tunnel di ricoveri e operazioni chirurgiche,
cinque interventi in poco tempo, poi di un lungo periodo di
convalescenza e recupero, ma anche di paure che potesse ripetersi
l’attentato e di ansie per il futuro. Aiutato dalla totale dedizione
della moglie e dei due figli, Puddu, anche alla luce delle reazioni
politiche al suo ferimento non tutte pienamente solidali, ripensò
profondamente il suo futuro. Approfittò del lungo calvario del recupero
fisico e morale per riprendere gli studi e per laurearsi in scienze
politiche, lasciò la politica militante e si dedicò alla libera
professione e al volontariato, dando vita all’Associazione italiana per
le vittime del terrorismo.
L’impegno dell’associazione è di impedire che sulle vittime degli “anni
di piombo” scenda l’oblio dell’opinione pubblica e dello stato. Essi
sono scomodi perché ricordano un periodo che la politica vorrebbe
dimenticare, soprattutto oggi che risultano chiare le matrici
ideologiche degli omicidi più orrendi (venti solo in Piemonte). Quali
tutti gli assassini degli Anni ‘70 e ’80 sono stati catturati. Alcuni di
questi astuti delinquenti si sono sottratti alla giustizia rifugiandosi
in Francia o nell’America del Sud. Molti hanno subito condanne
all’ergastolo, alcuni a più ergastoli, ma alle soglie del 2000 tutti
sono tornati liberi. Si sono rifatti una vita sulle rovine di quella
precedente; hanno scritto libri, vanno in televisione a raccontare le
loro imprese o, addirittura, in cattedra a tenere lezioni universitarie.
Restano in custodia dello stato solo quei pochi brigatisti che, dal 1995
al 2002, tentarono di ricostituire le Brigate Rosse a Roma.
I governi hanno varato varie leggi a favore delle vittime. Dal 1980 ad
oggi si contano almeno otto provvedimenti legislativi, ma sempre sono
emersi margini di inapplicabilità o di difficoltà a dare piena
attuazione alle leggi, anche perché esse si riferiscono spesso non solo
alle vittime di fatti eversivi, ma anche di altri atti delinquenziali.
Di fronte alle tante proteste, l’attuale governo ha nominato un
Commissario straordinario per riordinare l’intera materia.
Altre emergenze oggi impegnano la società italiana. Come in tutta
Europa, il terrorismo si è internazionalizzato e quello d’importazione
ha sostituito l’eversione nazionale. Ricorda, però, Maurizio Puddu che:
” il germe dell’eversione alligna ancora tra le pieghe della società
italiana. La regola della legalità non è stata ancora universalmente
accettata e la violenza, come strumento di contrapposizione politica o
pseudo politica è ancora troppo presente, soprattutto tra le componenti
giovanili della società”.
(Version Française
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